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Skeletoon, They Never Say Die 2019

ETICHETTA: Scarlet Records

CITTÀ: Italia, somewhere

GENERE: Power Metal

LINE UP:

  • Mr. Tomi Fooler (voce)
  • Andy ‘K’ Cappellari (chitarra)
  • Henry ‘Sydoz’ Sidoti (batteria)
  • Fabrizio ‘Blackie’ Taricco (chitarra ritmica)
  • Giacomo ‘Jack’ Stiaccini (basso)

Reduci da un secondo album di rilievo, che cominciava a distanziarsi dalle proprie influenze principali (su tutti, Helloween e derivati degli ultimi 30 anni), gli SkeleToon tornano a veleggiare su rive teutoniche con ​They Never Say Die​, riallacciando il rapporto col passato in una maniera che mi ha ricordato il passaggio degli Alcest fra ​Shelter e ​Kodama​. Come ​Shelter​, ​Ticking Clock è un album di rottura, cui segue un disco dove si ritorna alle radici del sound della band. L’intenzione è ben chiara: questo lavoro spinge ben oltre i confini italiani, per portare i nostri fra i nomi grossi del metal europeo.

A livello globale è un album che riporta perfettamente lo spirito dei protagonisti del film (Goonies, chiaramente). A differenza del predecessore, che spiccava per picchi di cupezza marcata, ​They Never Say Die è un album energico, scanzonato che affronta bene il tema della crescita, che culmina con la cover di Farewell degli Avantasia (nelle recensione escludo la versione di Goonies R Good Enough, anche se vi consiglio di ascoltarla, se vi piacciono le cover metal è molto divertente).

Alcune scelte nella produzione non mi fanno impazzire, un po’ per la mia estrazione, un po’ per gusto personale; l’enfasi sovraccarica un album di per sé molto ricco. Simone Mularoni però sa cosa fare, e si gioca delle carte piuttosto interessanti. Tra i professionisti che hanno seguito il disco segnalo Alessio Lucatti, che qui ha eseguito un lavoro davvero notevole di arrangiamento delle tastiere. Un’altra gemma sono i cori, che contribuiscono a rendere il disco un prodotto complesso, colorato, quasi indigesto al primo ascolto complessivo, ma che migliora analizzando i pezzi singolarmente. Si fondono omaggi palesi e sottintesi agli artisti cui vengono affiancati più spesso; delle rielaborazioni del power tedesco con un tocco personale e collaboratori di livello. Il rapporto col prog, di cui sentivo accenni in ​Ticking Clock​, purtroppo non permane (peccato, data la la presenza di 2⁄5 dei DGM.

Per l’occasione, sono stata affiancata nell’ascolto da colui che usa «​Ma tu l’hai visto ​I Goonies​?» come discrimine sociale: il mio ragazzo. Quasi tutti i brani sono accompagnati da un cut audio del film, ed è interessante notare che ciascuno di essi è in(ter)dipendente dal contesto. 

Hell-O è un ideale prequel alla storia di Willy l’Orbo. Introdotta con un carillon inquietante (ricorda un po’ ​Imaginaerum dei Nightwish), anticipa una mitragliata di batteria. Già si nota quanto si sia lavorato sull’amalgama di cori e sulla tecnica vocale in questa terza fatica targata SkeleToon.. La classica badilata power degna di un gruppo tedesco più blasonato. Hoist Our Colors fa entrare in contatto Willy l’Orbo e Jack Sparrow in un crossover narrativo, parte come il tema di un videogioco NES e continua con toni epici da veri menouor​.

Truffle Shuffle è pura scanzonatezza, coadiuvata da quel geniaccio di Alle Conti nella parte di Chunk. D’altronde, cosa vi aspettavate da un pezzo sulla danza del ventre​? L’assolo e le strofe vi rimarranno in testa per almeno una settimana, si tratta forse del pezzo più contagioso del disco.

To Leave a Land, è una power ballad quasi AOR che non mi ha entusiasmata particolarmente. Passo più volentieri alla voce di Clarke ‘Mouth’ Devereaux che introduce They Never Say Die, adrenalinica nell’incipit, prosegue come il classico inno cantabile power; la tastiera qui è protagonista indiscutibile. Oltre a recare il titolo dell’album, They Never Say Die ha anche l’onere di presentare il disco al pubblico come secondo singolo.

Vi anticipo che la sesta traccia, Last Chance ha come intro “Bimba dagli occhi pieni di malìa” cantata da Jake Fratelli; in quel momento ho visto il mio ragazzo volare letteralmente dal divano. Il brano narra la vita difficile di Francis e Jake Fratelli, ovviamente dal loro punto di vista. Che forse non siano dei ragazzi tanto malvagi?

Jake è interpretato da Michele Luppi, e laddove il testo non sembra fornire dei momenti elevatissimi, riempiono il vuoto le voci di Tomi e Luppi con una lead vocale che sicuramente farà molta presa durante i concerti futuri.

I Have the Key è una gran bella tamarrata. Ospite è Morby dei Domine nel ruolo di Chester Copperpot. Ci si chiede dove non riesca ad arrivare quell’uomo con le corde vocali, si rievocano i fasti dei Domine degli Anni Novanta e ci si gode il gioco finale di basso e batteria. Nel disco in generale si intuisce che il batterista è un polipo, oppure ha delle potentissime braccia meccaniche, altrimenti questi ritmi non si spiegano. The Chain Master parte dal giusto concetto di dare più spazio al nostro Slotty preferito, la cui parte è assunta da David Arredondo Gomez, nome che mi era finora sconosciuto. Come Hell-O è il prologo della storia di Willy l’Orbo, questa canzone fa lo stesso con Sloth, anche se il tiro è così serrato che poco, tranne il ritornello, rimane impresso.

When Legends Turn Real è sorella di Awakening in ​Ticking Clock​, e come lei è la più ricca di variazioni del disco. Sydoz si dev’essere veramente divertito a scrivere questo pezzo, nel quale spiccano lo zampino prodigioso di Simone Mularoni, che ne firma gli assoli, e la voce di Mark Basile nelle vesti di Willy l’Orbo. Secondo me, il vero diamante grezzo del disco, che rimane nelle retrovie per via della complessità - non è certo un pezzo facile da digerire - e riesce a regalare momenti altissimi proprio a fine scaletta.

L’omaggio a Tobias Sammet arriva con Farewell degli Avantasia, che chiude in maniera azzeccata l’ideale arco narrativo. Tomi parte in sordina rispetto al resto delle tracce, e accompagna la voce di Melissa Bonny (più “terrena” dell’angelica Sharon den Adel e forse meglio così, dato lo spirito di questa versione) verso il climax del ritornello da cantare a squarciagola. Carino il riarrangiamento, dove la chitarra sgomita sul finale per rubare la scena agli altri strumenti.

In sostanza, un’ora e quattro minuti di ritmi belli tirati, tanta doppia cassa, assoli tamarri q.b. e, per fortuna, una risibile percentuale di ballad. Un album godibile e complesso, i cui elementi, presi singolarmente, bilanciano un prodotto non di facile digestione, ma dall’intento genuino e determinato.

Ci si vede sotto il palco.

VALUTAZIONE: 8/10

TRACKLIST:

  1. Intro / Hell-O
  2. Hoist our Colors (feat. Ivan Castelli as “Capt. Jack Sparrow”)
  3. The Truffle Shuffle Army: Bizardly Bizarre (feat. Alessandro Conti as “Chunk”)
  4. To Leave a Land
  5. They Never Say Die
  6. Last Chance (feat. Michele Luppi as “Jake Fratelli”)
  7. I Have the Key (feat. Morby as “Chester Copperpot)
  8. The Chain Master (feat. David Arredondo Gomez as “Sloth”)
  9. When Legends turn real (feat. Mark Basile as “One Eyed Willy”)
  10. Farewell – Avantasia cover (feat. Melissa Bonny)
  11. Goonies R good enough – Cyndi Lauper cover (feat. Giacomo Voli)
  12. Last Chance (feat. David Akesson from Quantice – Alternative Version, bonus track mercato estero)
Rayne Colombi
Live Reporter
Nata a Bergamo poco dopo la caduta del Muro (per noi è stato un gran dispiacere, visto l'amore per l'edilizia), cresce a pane e musica classica (Donizetti, Mozart, i Pooh...) e si avvicina al metal verso i 15 anni. Dopo qualche anno in radio e la collaborazione con una webzine fino al 2015, entra nello staff di Ironfolks per abbassarne la qualità, definita troppo alta dalla concorrenza. Onnivora musicale, dice di amare la lettura ma non finsce un libro dal 2013.