1 1 1 1 1 Rating 0.00 (0 Votes)

ETICHETTA: Nuclear Blast Records

CITTÀ: Raleigh, North Carolina (USA)

GENERE: Hard Rock

LINE UP:

  • Pepper Keenan (voce, chitarra)
  • Woodroe Weatherman (chitarra)
  • Mike Dean (basso, voce)
  • Reed Mullin (batteria, voce)

I Corrosion of Conformity sono tornati. E legnano di brutto.

È dal 2005 che non avevamo un disco della band americana con Peeper Kennan dietro al microfono e il ritorno dello storico frontman del gruppo non ha deluso le aspettative: si è finalmente tornati alla formazione storica, la line-up che ha inciso quel mai troppo decantato Deliverance nel lontano 1994. Dopo la reunion del 2014, abbiamo finalmente tra le mani No Cross No Crown, album rilasciato sotto Nuclear Blast e prodotto da un pezzo da 90 come John Custer, de facto il quinto membro della band.

Lo stile che ha reso celebre il quartetto originario del North Carolina c’è tutto: si ha come la sensazione di tornare a casa, ma se pensate che questi americanacci sporchi e cattivi si siano limitati a riscaldare la minestra e a scimmiottare sé stessi non vi preoccupate. Sì, il disco è quello che ci si aspetterebbe da un gruppo come i Corrosion of Conformity, ma grazie alla varietà dei brani proposti dal quartetto statunitense difficilmente vi annoierete.
Una volta fatto partire il disco partono minacciose le note di Novus Deus. Il biglietto da visita perfetto: una melodia estremamente basilare suonata lentamente che nel giro di pochi secondi lascia spazio a The Luddite, canzone scelta dalla band come singolo. E che modo di cominciare le danze: ritmo quadrato e muro di suono per quella che è una delle canzoni forse più pesanti ma al contempo orecchiabili dell’intero album.

Segue la super catchy Cast The First Stone, brano che non farà prigionieri dal vivo. Si tratta di un up-tempo perfetto per l’headbanging e che non vi uscirà facilmente dalla testa, complici anche le melodie delle chitarre che ricordano a tratti i Thin Lizzy.

No Cross è un suggestivo intermezzo strumentale, lugubre e ipnotico, che sfuma poi in Wolf Named Crow, la prima canzone composta dal gruppo per questo nuovo album. Scelto anche come singolo, è un roccioso brano hard rock dalle sfumature blues che richiama a tratta i migliori Black Sabbath. L’accoppiata sabbathiana No Cross-Wolf Named Crow fa poi spazio a Little Man, il brano più southern del lotto: se cercavate una canzone che vi faccia sentire come se vi trovaste in qualche palude degli USA sapete cosa fare.

La delicata e suggestiva Matre’s Diem è un altro intermezzo strumentale acustico che vi ipnotizzerà per un minuto e mezzo. Subito dopo è il turno della colossale Forgive Me: possente, catchy senza essere ruffiana e con le chitarre in primissimo piano. Uno degli highlight assoluti del disco.

Nothing Left To Say odora tantissimo di southern. Nella prima metà della canzone, il leggero riverbero delle chitarre vi trasporterà in un’altra dimensione e, proprio per questo motivo, l’entrata in scena delle chitarre a metà brano sembrerà  ancora più cazzuto e tosto di quanto non sia già. Un brano monolitico e immenso.

Ci avviamo verso la fine ed è il turno di Sacred Isolation, l’intermezzo più psichedelico di questo disco, seguito da Old Disaster, il brano “lento e violento” per eccellenza dell’album. Si continua a scapocciare anche con la successiva E.L.M. dove a farla da padrone sono le chitarre, dalle pregevoli linee soliste che trasudano grasso.

La title-track è la penultima traccia dell’album e ci spiazza: stiamo ascoltando qualcosa di immenso, psichedelico. Un suono che incute timore e rispetto: la voce di Peeper Kennan e il riverbero quasi onnipresente ci danno la sensazione di ascoltare qualcosa di mistico e sovrannaturale. Insomma, se non è l’apice del disco poco ci manca.

E per compensare questo momento di psichedelia, l’ultimo brano ha un riff che equivale a un cazzotto in faccia. Di quelli che fa male. Vi innamorerete di A Quest To Believe (A Call To The Void) e del suo ritmo marziale: le chitarre ruggiscono con possenza, per poi sorprenderci con dei soli che saltano fuori quasi inaspettatamente, soli che riescono a essere memorabili anche con poche, intensissime note. È la canzone perfetta per i titoli di coda: un mix di aggressività, melodia e malinconia, le componenti che rendono questo album un vero e proprio gioiellino per tutti gli amanti di southern, stoner, hard rock e affini. Il disco si posiziona perfettamente a metà tra questi tre generi ed è assolutamente un ascolto consigliato: No Cross No Crown è una delle migliori uscite di questo 2018, poco ma sicuro.

 

TRACKLIST:

  1. Novus Deus
  2. The Luddite
  3. Cast the First Stone
  4. No Cross
  5. Wolf Named Crow
  6. Little Man
  7. Matre's Diem
  8. Forgive Me
  9. Nothing Left to Say
  10. Sacred Isolation
  11. Old Disaster
  12. E.L.M.
  13. No Cross No Crown
  14. A Quest to Believe (A Call to the Void)
  15. Son and Daughter
Andrea Frigerio
Author: Andrea Frigerio
Recensore
Musicofilo, nerd, fotografo improvvisato, ha un accento brianzolo terribile di cui non riesce a disfarsi. Mike Patton è suo mio totem.