1 1 1 1 1 Rating 0.00 (0 Votes)

ETICHETTA: Nuclear Blast

CITTÀ: Bergen (Norvegia)

GENERE: Progressive Black Metal

LINE UP:

  • Ivar Bjørnson (chitarra)
  • Grutle Kjellson (voce, basso)
  • Håkon Vinje (voce, tastiere)
  • Cato Bekkevold (batteria)
  • Ice Dale (chitarra)

Lo attendevano in molti, questo quattordicesimo capitolo della discografia firmata Enslaved.

 

Lo attendevano i fans, logicamente affamati dopo due anni e mezzo di attesa riempiti da un paio di live. Lo attendeva la critica, curiosa (nel bene e nel male) di conoscere l’eventuale nuova evoluzione artistica. E - perdonatemi l’immodestia - lo attendevo anche io, soprattutto dopo essere stato parzialmente deluso dal precedente In Times, un album di maniera, di mestiere, poco incisivo, decisamente meno efficace del precedente RIITIIR e inavvicinabile all’appunto inavvicinabile Axioma Ethica Odini. Non che si debba sempre cercare la novità ad ogni costo, ci mancherebbe; ma, per fare un esempio, pochi giorni dopo era uscito A Umbra Omega dei conterranei Dødheimsgard, e francamente non c’era stata gara.

Alla pubblicazione del «singolo» Storm Son, durante la scorsa estate, erano seguite polemiche accese, con buona parte delle critiche avanzate soprattutto da coloro che accusavano la band di aver imboccato lo stesso sentiero dei confinanti Opeth, anche se in maniera meno estrema, cosa che francamente sarebbe stata comunque giustificabile innanzitutto perché ogni artista è e deve essere libero di fare le sue scelte (sopportandone anche le conseguenze, of course), in secondo luogo perché Åkerfeldt & soci hanno continuato a sfornare dischi come al solito più che eccellenti. E se a qualcuno non sono piaciuti, pazienza: fortunatamente l’estetica è ancora soggettiva (e speriamo continui a essere così…).

Ma, finalmente, questo E è arrivato.

Il primo ascolto non è stato facile, sia perché fatto in un momento non proprio indicato, sia perché dopo In Times temevo un altro passo falso, in questo caso inteso come un album condizionato dalla prolissità che caratterizzava Storm Son, brano al quale un paio di minuti in meno non avrebbero fatto male. Eppure, da quel veloce slalom fra le sei tracce qualcosa era rimasto: la curiosità suscitata da alcune soluzioni, la sorpresa provocata da certi passaggi, e soprattutto la sensazione di avere fra le mani un lavoro magari non immediato, ma dalle enormi potenzialità. Tutte impressioni poi confermate, a cominciare dal riascolto della citata opener finalmente inserita nel giusto contesto, lunga fin che si vuole ma funzionale all’introduzione di un album di infinita bellezza, che mostra un gruppo in grado di mescolare vestigia viking, spunti progressive e aperture degne dei migliori Voivod in The River’s Mouth per poi passare alla poderosa Sacred Horse, la cui chitarra introduttiva per 17 secondi fa sperare il ritorno di Bathory, illusione che si ripresenta nel finale ma solo dopo aver scoperto chi potrebbe raccogliere l’eredità - almeno spirituale - degli insostituibili Emperor (e con un Hammond in più). La successiva Axis Of The Worlds si rivela uno ottimo brano heavy prog, nel quale però le distanze dalle recenti produzioni dei summenzionati Opeth si assottigliano di molto; ma è con le ultime due tracce che gli Enslaved toccano vertici sublimi, con una Feathers Of Eolh che sembra una outtake di The Construkction of Light dei King Crimson inondata di akevitt e la conclusiva Hiindsiight che inizia prendendo l’ascoltatore e sballottandolo fra il Nono Cielo e il Nono Cerchio, come uno sperduto Dante che non riesce a trovare l’uscita perché Virgilio è sbronzo al bar e Beatrice sta comprando quei cuscini che le piacciono tanto (maledetta Ikea…), finché, all’improvviso, come una scala per il paradiso sonoro affiorano le celesti note di un sax, e l’ascoltatore viene proiettato direttamente nell’Empireo, immerso nella magnificenza di un disco che finalmente si mostra in tutta la sua grandezza: potente, profondo, infinito.

 

GIUDIZIO: Maestoso.

VALUTAZIONE: 10/10

TRACKLIST:

  1. Storm Son (10'54")
  2. The River's Mouth (5'13")
  3. Sacred Horse (8'13")
  4. Axis Of The Worlds (7'50")
  5. Feathers Of Eolh (8'06")
  6. Hiindsiight (9'36")
Luca Morzenti
Nato e cresciuto a Milano quando ancora c’erano i telefoni a gettone, ma residente da tempo in provincia di Brescia, ha esplorato l’universo musicale in ogni suo remoto angolo, dapprima come spettatore e successivamente come musicista, fonico, tecnico luci, promoter e road manager, fino all’attuale ruolo di giornalista/reporter. Collabora con riviste locali e nazionali scrivendo - oltre che di musica - di sport, letteratura, tecnologia e attualità. Quando non scrive, legge (almeno due libri a settimana), si diletta come correttore di bozze di libri non sempre entusiasmanti, scrive testi per musicisti di (in)dubbio valore e guarda qualsiasi partita di hockey su ghiaccio riesca a trovare in tv o sul web.