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ETICHETTA: Autoprodotto
CITTÀ: Modena
GENERE: Folk Metal
LINEUP:

  • Mattia Barbieri (banjo)
  • Alberto Malferrari (basso)
  • Gabriele Sarti (tastiera)
  • Federico Di Cera (chitarra e scream)
  • Marcello Andreotti (chitarra e voce)
  • Federico Malacarne (batteria)

A quasi quattro anni dall’EP Spill this Album, i modenesi Folk Metal Jacket si ripresentano sulle scene con Eulogy for the Gentle Fools, un lungo e intenso concept di 15 tracce.

I Folk Metal Jacket nascono (nomen omen) nell’ambito di una vero e proprio “tsunami folk metal” che travolge la penisola: questo genere prima assolutamente di nicchia diventa all’improvviso un “fenomeno di massa” nell’underground. Nascono band dedite al genere un po’ ovunque, gli eventi sono tra i più frequentati, spuntano bellissimi festival a tema e naturalmente le band che per prime avevano cantato di vichinghi, scorribande e notti alcoliche raccolgono consensi in crescita esponenziale. Come tutte le tendenze, anche il ciclo del folk metal entra in fase calante: nel giro di qualche anno tante band cessano l’attività, altre si ridimensionano, alcuni festival chiudono i battenti o cambiano pelle. Nel frattempo, i Folk Metal Jacket continuano a seguire un percorso autonomo, e una nuova release a distanza di così tanto tempo desta inevitabilmente una buona dose di curiosità.

Avranno mantenuto il disco nel filone folk-metal danzereccio e birraiolo a cui ci avevano abituato con Spill this album, oppure il lungo processo compositivo avrà portato novità importanti nel sound?

Dopo aver ascoltato quello che di fatto è il primo full-lenght degli emiliani, la risposta non può che essere la seconda. In Eulogy for the Gentle Fools si mescolano le influenze più disparate: serrati riff melodeath, fiati e trombe, tempi dispari, voci pulite e growl/scream, chitarre acustiche e ritmi danzerecci.

Un minestrone con troppi ingredienti per risultare ben riuscito? Il rischio c’è, ma i nostri riescono decisamente a evitarlo, creando canzoni che nella loro apparente schizofrenia disegnano trame interessanti e accattivanti, che ti spingono sempre ad arrivare in fondo alla traccia, per scoprire cosa succederà: proprio quello che dovrebbe fare un concept album!

Naturalmente, in un platter così variegato trovano spazio praticamente tutte le possibili sfumature della creatività made in FMJ. Traveller’s Song è una intro strumentale decisamente ben riuscita, che fila liscia verso A Dreadful Painting, pezzo in cui si intravedono già tanti temi tipici del disco: molto spazio per le parti strumentali nonostante un cantato comunque originale, riff serrati cui fanno da contraltare il banjo, i flauti e tanti altri strumenti, in una veste sempre lontanissima dal cliché folk metal, che vuole la dicotomia chitarra death opposta a melodie folkeggianti suonate con strumenti tradizionali.

The Forest è una delle tracce più heavy, con sezioni quasi black metal e una batteria che non concede un attimo di tregua. Con Spirits Dance la sperimentazione e la varietà tornano a farla da padrone: rilassanti momenti acustici, sfuriate metal, intermezzi progressive. Azathoth’s Call inizia con una sezione dal sapore piratesco, un’atmosfera che verrà mantenuta nel resto del brano seppur attraverso i consueti e continui cambi. Nephentes Rajah unisce parti up tempo con cantati clean ad atmosfere orientaleggianti e ritmiche scomposte, con passaggi quasi cinematici a metà tra la colonna sonora e la “metal opera”. Heroes’ Paradox si caratterizza per due lunghe sezioni acustiche, una centrale con un bel cantato pulito e una conclusiva, entrambe ricche di spunti progressive.

The River torna su canoni vagamente più tradizionali, con voci pulite armonizzate ben riuscite (qualche influenza degli Heidevolk?), seguita da Water Rings che si inserisce su schemi simili. Fireflies Serenade parte in modo quasi jazzistico, per poi passare a un’aggressiva sezione metal, concedendosi anche un gradevole intermezzo acustico prima del finale. Con Zoe e The Mist si torna alle atmosfere più cinematiche, creando effetti di grande impatto che preparano l’ascoltatore al finale del concept.

Declivio ricorda gli intermezzi vocali del capolavoro Kvelssdanger degli Ulver, e non può che regalare punti extra al disco. Catarsi torna a strizzare l’occhio verso il progressive metal, mentre nella conclusiva Devlish Touch i nostri danno sfogo a tutta la loro creatività, creando una traccia a dir poco spiazzante che chiude l’album in modo degnissimo.

Nel complesso, un disco dove finalmente la sperimentazione trova ampio spazio: sessioni di fiati e strutture armoniche decisamente poco convenzionali, grandissima varietà di sonorità e strumenti sposata alle sonorità tipiche del metal, anch’esse rappresentate in tantissime declinazioni, il tutto nobilitato da un ottimo livello esecutivo. Un lavoro decisamente interessante, che rappresenta una ventata d’aria fresca nel panorama underground italiano.

 

TRACKLIST:

  1. Traveller's Song
  2. A Dreadful Painting
  3. The Forest
  4. Spirits' Dance
  5. Azathoths Call
  6. Nepenthes Rajah
  7. Heroes' Paradox
  8. The River
  9. Water Rings
  10. Fireflies Serenade
  11. Zoè
  12. The Mist
  13. Declivio
  14. Catarsi
  15. Devlish Touch