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Lo famo (ancora più) strano

Una dichiarazione d'amore ai blog di settore, a chi consuma i dischi e ai gruppi un po' WTF che ravvivano il panorama del folk metal mondiale

Ragazzi, diciamoci la verità: Mister Folk ci serve, e ci serve tanto. È divertente sputare sui blogger nell’era dei millennials, degli influencer e di altri paroloni della lingua anglosassone, ma è gente che fa un lavoro fondamentale: una scena musicale non può esistere senza gente che ne discute a diversi livelli, e che promuove i nomi meno conosciuti ma che non meritano di esserlo. No, non mi sto leccando il culo da solo1: non mi faccio illusioni sulla mia “fama”, gli altri recensori mi lanciano delle occhiate ai concerti che sembro uno del girone degli ignavi davanti a Dante e Virgilio, sono un pischello di provincia in gran tempesta o qualcosa del genere.

Proprio questo è l’obiettivo della quarta compilation realizzata dal buon vecchio Fabrizio, mescolando nomi più o meno noti (più meno che più, visto il sottogenere del sottogenere) con sempre il folk metal a fare da sottotraccia fondamentale. Non parliamo quindi di una band stavolta, ma di molte di seguito, anche abbastanza diverse tra loro, a formare un miscuglio di acustico e metallo pesante che riflette più i gusti di Mister Folk che un progetto artistico-musicale (il quale, sospetto, abbia una passione per i Bathory).

Momento professionalità: siamo di fronte a una compilation che, per quanto monotematica, presenta una ventina di artisti differenti con l’intenzione di fornire un assaggio delle loro capacità. Invece di fare sfoggio della mia abilità con penna e calamaio e della solita autoironia, ho deciso di procedere a lista, dando a ogni band lo stesso identico spazio invece di segnalare solo le canzoni degne di nota.
E allora andiamo.

Skyforger – Rāmava
Si parte con i pagani della Lettonia, con un brano dal loro ultimo album Senprūsija (2015). La via è aperta da un folk/pagan/thrash che imposta il suono della compilation, di chiara ispirazione bathoryana, con cori e tocchi d’acustico. È una canzone che si evolve attraverso temi diversi in sequenza, ottimi se presi individualmente, ma che rischia di tirarla troppo per le lunghe nei suoi sei minuti e tre quarti di durata. Ma come sempre de gustibus, e per molti ascoltatori questo sarà un plus. Il prossimo!

SIG:AR:TYR – Northen
Si vira più verso il black con questa traccia, tratta dall’omonimo disco dei vichinghi canadesi (e se vi lamentate dell’origine prima vi tiro una cartella in faccia e poi vi faccio partecipare a un convegno di archeologi). Stiamo sempre parlando di influenze comunque, visto che la base resta un heavy sporcato (e cantato pure sporco). Ma il peso si fa peso, e si fanno strada soluzioni più ingegnose e malvagie. Bel mix.

ODR – Fuochi Nelle Valli
Una introduzione parlata ci riporta al di qua dell’Atlantico, con un pezzo dei nostrani ODR che, detto terra terra, è uno sfoggio della brutalità della gola di Massimo L’Orso. Ho sentimenti ambivalenti per quanto riguarda questi folkettari, e non sono ancora convintissimo dei testi, ma mi levo il cappello di fronte al loro violino, alla personalità e alla potenza che riescono a tirar fuori (quella risata fa paura). Non so se gli orsi ruggiscano, ma qua ci vanno vicino. Cannonata.

Grimtotem – Kütral
Qui rimango spiazzato. Non avevo mai sentito parlare dei Grimtotem, una band cilena (!) con una cantante e chitarrista (!!) uno stile più vicino al power epic (!!!) e testi basati sul folklore sudamericano (!!!!). Una premessa del genere mi fa alzare cinque o sei orecchie, e basta la parte iniziale di archi per capire che sono una voce fuori dal coro in grado di far alzare ben di più. E mentre la gente si alza in piedi e si scatena, gli intenditori apprezzano la produzione grezza dell’underground, il ritmo incalzante e la semplicità compositiva, diretta e scatenata. E poi a un certo punto entra una tromba...credo.
Dove devo spedire i soldi?

An Theos – Chemarea Străbunilor
Romania mia, Romania bella. Torniamo al violino e a un tema decisamente più gitano, con un arrangiamento un po’ altalenante in termini di funzionalità ma decisamente apprezzabile. Molti archi, molte pause e rallentamenti, un approccio vagamente orchestrale a tratti, con una traccia che scorre ma non impressiona particolarmente. Qualche sprazzo di genialità si fa sentire, ma occasionalmente.

Scuorn – Fra Ciel' E Terr'
Difficile leggere il nome della band senza andare con la mente a The Sacrilegious Scorn dei Dimmu Borgir. Il genere che propongono in effetti è molto vicino al gruppo, un black epic orchestrale sparato a manetta con sezioni diverse e strumenti anch’essi vari. La produzione è tutto, e la cura è davvero alta, con percussioni, sonagli, raddoppi, dimezzamenti, fiati e ottoni. Arriva quasi alla citazione diretta, ma quello che perde in originalità ne guadagna con carica e cura. Ottima esecuzione.

Song of Chu – Yu Ren
Aggressivo. Un po’ di djent e cattiveria per un brano metal cinese (!) che si segnala subito per originalità. Le band folk asiatiche hanno sempre un qualcosa di particolare, e i Song of Chu non sono da meno; uso della lingua madre, tastiere molto riempienti, forse un pizzico meno produzione di quanto servirebbe ma grandiose capacità tecniche e una… citazione di 300 in cinese? Questa è la compilation delle sorprese.

Storm Seeker – Jack
Avanti ciurmaglia! Il pirate è sempre qualcosa di speciale, soprattutto se fatto con una combo fisarmonica e ghironda e una bella voce roca e aggressiva. Il gruppo soddisfa questi requisiti, e di capacità compositiva ne abbiamo. Manca un po’ di verve a mio parere, però: la canzone suona un po’ spenta, ed è difficile capire la logica dietro all’entrata dell’assolo di synth. È difficile separare il mondo marinaresco da un certo tipo di suono, onestamente, ma se la cosa non vi dispiace allora di carne al fuoco ce n’è.

Æxilium – The Blind Crow
Ritorniamo ad atmosfere più powereggianti, con violino e tastiere e voce pulita e growl molto versatile. La produzione è un po’ scarsina, ma stiamo parlando di underground quindi non è un dettaglio su cui mi soffermo. Pesantezza tarata bene, un po’ deludenti le linee di voce a momenti, qualche buon spunto ma non da far girare la testa improvvisamente. Può esserci una buona evoluzione futura, e ci sono sprazzi di colore, ma non mi sento di darci più di un “buone intenzioni”.

Heather Wasteland – Tre Sverd
Si parte con parti ritmiche parzialmente portentose qui, in pulito e proggheggianti, e si nota subito un certo coraggio compositivo. Bisogna aspettare fino a metà brano per vedere l’ingresso di qualcosa di duro, e anche qui si tratta di un basso distorto che accompagna quella che si rivela essere una traccia strumentale che, per quanto non trascinante come qualcosa di più tradizionale, è sicuramente un esperimento degno di almeno un ascolto interessato, una lunga elaborazione su un solo tema esplorato da cima a fondo. Intrigante.

Gotland – Traitor Or Savior
Orchestrazioni alla Dimmu anche per i Gotland, e una doppia cassa a elicottero mista a chitarre tremolanti che marcano immediatamente le intenzioni della band. Un growl molto gutturale e una struttura ritmica ripetuta, con occasionali interventi in italiano, completano un brano molto maturo e bello deciso.

Goblin Hovel – The Menace
Credo che l’obiettivo più grande che i Goblin Hovel abbiano raggiunto sia che suonano esattamente come immagino suonerebbero dei goblin. Scream e growl gutturali e un brano completamente acustico, gitano e salterellante che sembra fare il verso alle convenzioni del metal, quasi a creare una colonna sonora di un cartone animato delirante. Un’altra chicca di originalità.

Helroth – To Forgotten Gods
Qui gli stilemi si fanno già più presenti, in una canzone che preferisce spingere al massimo idee conosciute rispetto a un’originalità più rozza. Ritmo medio-lento epicheggiante, cantato pulito, cori guerrieri e accenti polacchi, ma con cambi di direzione nella seconda metà e orchestrazioni molto curate. Forse un po’ poco inventiva a tratti, ma decisamente di alto livello, anche se potrebbe sembrare meno intrigante se confrontata con gli artisti più estremi di cui sopra.

Illdåd – Moder Natur
Ho un debole per le one mand band e per la loro capacità di non dover scendere a compromessi in una visione artistica. Illdåd ci porta un brano acustico che fa tornare alla mente gli Havnatt (che più gente dovrebbe ascoltare), per poi spostarsi verso lidi più heavy forse meno interessanti, ma che definitivamente esprimono una precisa ricerca personale. La sezione finale è una bella botta di stile.

Ulfsark – Flames Of War
Band spagnola un po’ power un po’ Arch Enemy, gli Ulfsark non sembrano andare troppo fuori dagli schemi. Tastiere di sottofondo e chitarre a marcare il passo per una canzone che decisamente non brilla per originalità, ma si fa ascoltare e scorre via senza problemi. Bravi, ma manca quel pizzico in più, o forse questa non è la loro opera migliore.

Harmasar – Porcu
Non farò battute da taverna sul titolo della canzone. Brano estremamente pompato, dove i musicisti sembrano fare a gara a chi riesce a far sentire di più la propria personalità. Voce molto convincente e molti stop and go, con un flato usato più per sottolineare i passaggi dell’arrangiamento che per temi e giri folkeggianti. Le lame sono un po’ poco affilate a tratti e probabilmente è più lunga di quanto fosse necessaria, ma una buona prova di forza.

Tears of Styrbjørn – Years Of Victory
Il brano è cattivello, ma le tastiere e l’uso dell’arpa ci danno una sfumatura eterea che funziona bene. Un suono che si evolve per quasi otto minuti (a pensarci bene, quasi tutte le canzoni nella compilation sono abbastanza lunghette) e che richiede un ascolto dedicato per poter essere apprezzato, con una mentalità quasi da black. Se non siete quel tipo di persone, però, è un po’ troppo. Elaborato.

Yomi – Fires of War
Procedendo con la compilation si inizia a notare che i titoli si stanno facendo un po’ poco originali, ma il suono resta molto interessante, con una band di…folk metal giapponese della Lettonia. Okay, ho visto di più strano. Shamisen, chitarre pesanti e growl, sulla carta è decisamente intrigante ma non sembra riuscire a sfruttare appieno il potenziale, mancando della potenza e abilità tecnica degli Yoshida Brothers a cui chiaramente si ispirano. Se riescono a ingranare la marcia, però, potrebbe diventare una bomba.

M.A.I.M. – Freedom Tank
Flauto e cose sul lato meno metal del genere, più vicino magari ai Korpiklaani o al punk più spinto, guadagna punti per l’energia seppur perdendoli sul lato compositivo, che sembra un po’ tanto semplicistico. Rapido e diretto, la linea vocale non convince troppo. Però sono i M.A.I.M., se fossero elaborati e studiati non sarebbero i M.A.I.M. Casera o Morte!

Boisson Divine – Sent Pencard
Tanta, tantissima carica. Musica guascona a palla e un suono che spicca parecchio, palesemente ispirato ai Mago de Oz, bello spinto e con voci che non svergognerebbero il power migliore. Vince il mio premio personale di brano preferito della compilation (anche se i Song of Chu ci vanno vicino), e dimostra come le vie da seguire siano molte. Assolutamente consigliato se avete un interesse per musica occitana e zone affini, o se vi piace il bere alla mediterranea.

Bloodshed Walhalla – Dragon's Breath (Bathory cover)
Chiudiamo, come avevamo iniziato, con i Bathory, questa volta in una cover diretta d(e)i Bloodshed Walhalla, uno dei progetti più interessanti del panorama nostrano. Limitandoci a parlare di questa cover: curatissima e che porta quell’energia in cui si può sentire tutta la maturità artistica che contraddistingue il suono del mostro di Matera. Non c’è bisogno di aggiungere molto altro: sono uno dei gruppi che più portano avanti il suono di Quorthon alle prese con il sacro materiale originario, a cui aggiungono una straordinaria cura in studio. Una chiusura appropriata per una compilation che, per quanto di qualità varia, ha assolutamente delle perle e dei gruppi, se non perfetti, assolutamente interessanti e degni di un ascolto.


Mister Folk Compilation Vol. IV è disponibile per il download gratuito (e legale) qui:


  1. NdR: lo Zocchi è una persona schiva e non lo dice mai, però, oltre ad essere maestro di chitarra, da anni suona in un gradevole complesso locale che fa, guardacaso, proprio il folk metallo. Un po' come Raul Casadei, ma con la gente brutta che urla nel microfono, i flauti, quelli con la barba e lo Zocchi. Raul Casadei mica ce l'ha, lo Zocchi.
Stefano Zocchi
Recensore
Stefano è uno che suona