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La settimana scorsa, tra giovedì 16 e sabato 18 agosto, ho assistito al Frantic Fest. Una rassegna recentissima, essendo giunta solo alla seconda edizione, ma già in profonda espansione, come testimoniano le band coinvolte nel bill. Sono pochi i festival di una tale portata che si possono contare nella nostra Penisola, in particolare nel Centro Sud; ebbene, il Frantic ci sembra che abbia le potenzialità giuste per creare qualcosa di importante anche in Italia. Tre giorni di concerti, dicevamo, che hanno visto diversi generi alternarsi al TikiTaka di Francavilla al Mare, in provincia di Chieti. Dall'incatalogabile proposta di Igorrr fino allo sperimentalismo degli Zu, passando per il folk di Rome e King Dude, o per il war metal dei Grave Desecrator: insomma, al Frantic Fest ce n'è davvero per tutti i gusti!

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DAY 3

Veniamo dunque al terzo e ultimo giorno della rassegna abruzzese, che si avvicina così alla sua conclusione dopo due giorni di grande musica per tutti i gusti. Il terzo atto conferma le premesse dei giorni precedenti, regalandoci una lineup molto variegata e che accontenta un po' tutti i gusti di chi bazzica nei generi lontani dal mainstream delle grandi radio e major discografiche. Prima di cominciare, però, mi piace sottolineare come io abbia fermato Vespertina per salutarla: quasi non ci credeva che qualcuno l'avesse riconosciuta. Per chi non lo sapesse, è una cantautrice che ha pubblicato lo scorso anno Glossolalia per l'etichetta DioDrone. Mi piace parlarne perché è bello vedere come certi artisti mantengano un genuino stupore e siano anch'essi dei fan: è una cosa che ci fa sentire tutti un po' più vicini.

Dicevamo, il giorno tre. Già dalla prima esibizione si fa sul serio, perché i Noise Trail Immersion sono tra le rivelazioni della serata. Fautori di un "chaotic hardcore" alla Converge, ma con forti venature black metal, i nostri sono in procinto di pubblicare un nuovo album dopo il self titled del 2014 e Womb (2016). Proposta di difficile assimilazione, forse, ma proprio per questo anche soddisfacente da ascoltare dal vivo: tra Converge e Plebeian Grandstand, con qualche sprazzo di Neurosis, le urla lancinanti del vocalist Fabio sono la ciliegina ideale per completare questo cocktail micidiale. Questi giovani torinesi sono da seguire con estrema attenzione.

La serata prosegue spedita: molto ma molto interessanti anche i Lento, che con il loro sludge metal strumentale suscitano ottime impressioni qui e lì. Anche per quanto mi riguarda, sono più che promossi: del resto, il loro quarto disco Fourth (2017) uscito sotto ConSouling Sounds ne aveva già fatto vedere le grosse potenzialità in sede studio, potenzialità confermate anche dal vivo soprattutto nelle parti lente. Tocca poi agli Slander, che con il loro hardcore devastante e punitivo ci mostrano un lato opposto, ma proprio per questo complementare, dello spettro del sound di questa manifestazione. L'anima delle tre band iniziali riesce in qualche modo a essere sintetizzata dai The Secret. Tra un sorso di vino gentilmente offerto dal cantante ai ragazzi delle prime file e volumi semplicemente assurdi - in senso buono - la band tritura le esistenze dei presenti, ricordandoci che "everything ends" (dal pezzo Where it ends tratto da Solve et coagula, 2010) e che si può fare grindcore con assoluta perizia tecnica e scenica. Band tutto sommato recente, ma comunque già esperta, molto probabilmente sono da annoverare tra i migliori della terza ed ultima serata.

Il programma prosegue con gli svedesi Birdflesh, divertentissima band death/grind che conferma il proprio status internazionale dando vita all'ennesimo grande show di questo Frantic Fest. A questo punto tocca a un'altra band italiana, gli sperimentalissimi Zu, per l'occasione in formazione originale. Gruppo certamente bizzarro per chi è a suo agio prevalentemente con il metal, i romani danno vita a un curioso mix di jazzgrind, mathcore e noise rock, sottolineato dall'assenza delle chitarre, fattore certamente inusuale per chi ama le sonorità più dure. Ma non c'è alcuna perplessità sugli Zu, band conosciuta soprattutto fuori dal nostro Paese e con una lunga esperienza alle spalle: al contrario, sono certo che chi non li aveva mai sentiti se li sarà andati a cercare. E' un bene che festival come il Frantic Fest portino band come gli Zu, perché in primis non sono fuori contesto e - in secondo luogo - danno la possibilità a chi è interessato ad altri generi di allargare i propri orizzonti. E sono sicuro che molti "metallari" purissimi ne abbiano apprezzato la prova, anche perché sarebbe difficile non farseli piacere.

Con gli Zu ci avviciniamo alla fine di questa tre giorni, che si conclude con King Dude prima, e con gli Entombed A.D. poi. Il musicista folk americano, a differenza di Jerome Reuter (Rome), non è presente con la band, ma è qui con un set acustico. Il nostro parla molto tra un pezzo e l'altro, forse anche troppo: è una formula che può funzionare per sottolineare il carisma dell'artista, ma che forse in questo contesto non è del tutto efficace per via di un certo bareer language che si palesa con gli ascoltatori. Poco male, il valore del musicista comunque non si discute e in quei pochi pezzi che suona e canta ci mostra come il suo folk americano sia apprezzabile anche da un pubblico italiano. Sono convinto, tuttavia, che un'esibizione con l'intera band sarebbe stata anche più apprezzata, soprattutto se si ha in mente il recente Sex, album in cui King Dude dà una sferzata più rock al suo sound.

In ogni caso, è il momento degli Entombed A.D., la band guidata da Lars-Goran Petron che si presenta come erede degli storici Entombed di Left Hand Path. Siamo dunque di fronte a un pezzo storico della musica estrema mondiale, che non delude le aspettative che erano state riposte in loro. E dire che non dovevano neanche esserci, visto che originariamente erano previsti gli Exploited, poi saltati a causa delle precarie condizioni di salute del frontman Wattie Buchan. Sarà superfluo da dire, ma sono mazzate dall'inizio alla fine, con il death and roll dei nostri che si rivela il sottofondo più adeguato per chiudere degnamente questa intensissima rassegna. Chi vi scrive non è un grandissimo estimatore della band svedese a dire il vero, ma la prova del gruppo è coinvolgente e sincera: quanto basta per farci urlare un sentitissimo "Grazie!" al Frantic Fest per aver portato degli artisti di cotal calibro.

Giuseppe Emanuele Frisone
Author: Giuseppe Emanuele Frisone