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E così il Colony Open Air è destinato a restare nella memoria degli appassionati come il festival più osteggiato e sventurato degli ultimi dieci anni di storia di Heavy Metal in Italia.

L’ufficializzazione di monicker internazionali di livello assoluto al pari di Kreator, Death Angel, Marduk e Carcass ci ha fatto sperare nell’evento underground di punta dell’estate lombarda nell’assenza dell’ormai tradizionale Fosch Fest. Tuttavia, la piena riuscita del festival è stata ostacolata da un momento di pura psicosi “anti-metallaro” delle autorità bresciane che costringono Roberto Rosa prima a cambiare la location per ben due volte e poi a convertire il festival da un open air a una classica kermesse indoor. E non finisce qui. Nel giro di qualche ora dall’inizio, viene emanato il divieto di introdurre alcolici nel tendone del Palabrescia e vengono dispiegati i cani antidroga che arrivano a piantonare perfino i camerini degli artisti. A rincarare il carico di stress posto sull’organizzazione sono state le precedenti defezioni di alcune band tra cui gli headliner di domenica, i Morbid Angel, che sono stati degnamente e prontamente sostituiti con i Carcass. Un gruppo di fan polemici l’ha però presa male e ha richiesto il rimborso del biglietto aggravando così il passivo del festival. Ora però concentriamoci sulla musica.

Sabato 22/07/2017, i fan brulicano di fronte al cancello del Palabrescia già prima dell’orario di apertura delle 11 di mattina. Ci sono tutti: appassionati di Heavy classico, di Thrash, di Death e di Black. E già si mormora di possibili ulteriori divieti e di controlli inaspriti all’entrata. Passa un quarto d’ora e iniziano le operazioni di filtraggio. Lo staff del controllo eventi si dimostra assai cortese e riconoscerà più tardi che il Colony Open Air non è un raduno di “poco raccomandabili”. I primi presenti possono allora correre alle transenne. Sul palco appaiono gli Skanners. Forti di un’esperienza di trentacinque anni, i bolzanini rompono il ghiaccio con pezzi come We Rock the Nation, Hard and Pure e Factory of Steel che sono estratti dall’ultimo full-length omonimo al terzo brano citato. I volumi irrompono in modo letteralmente assordante rimbombando in tutta lo spazio per poi ritornare a un livello discreto già da dopo la seconda canzone.

Il tempo però stringe tiranno e si prosegue con gli In.Si.Dia. che giocano in casa con un pubblico già molto coinvolto. I bresciani promuovono l’ultimo sforzo discografico, intitolato Denso Inganno, eseguendo Il Mondo Possibile e poi rispolverano i vecchi inni di Parla Parla, Sì Realtà e Tutti Pazzi. Come sempre, i membri del gruppo si intrattengono a parlare e a salutare tutti gli amici e i compagni di palco di vecchia e di nuova data.

È giunta l’ora delle esibizioni delle nove band straniere previste per oggi. Sulle note dell’intro Gehennae Incendis, il pubblico inizia ad accalcarsi per gli Hell. Senza aggiunte sceniche, la band riesce comunque a sfoggiare la sua innata teatralità che trova la sua punta di diamante nella voce estesissima di David Bower. Il set seleziona da Human Remains alcune tracce come Blasphemy and the Master, Let Battle Commence e The Quest. E ancora i britannici presentano le ultimissime The Age of Nefarious, Something Wicked This Way Comes e End Ov Days.

Si prosegue quindi con gli Asphyx. L’unica formazione Brutal Death del Day 1 è carica a cannone per tenere un’esibizione micidiale e violentissima. Su tutte le canzoni spiccano Death the Brutal Way e Deathammer per la loro capacità di far ripetere a squarciagola i ritornelli al pubblico. Martin Van Drunen si dimostra ancora un deathster old school d’eccezione ed è anche capace di prendersi in giro definendosi il nuovo Adriano Celentano. L’unica nota cattiva riguarda i volumi che sono talmente alti da risultare assordanti in tutti i punti di ascolto dell’arena.

Discorso diverso riguarda i Loudness che si esibiscono con dei suoni settati in modo decisamente più accettabile. I giapponesi fanno un tuffo nel classico e spumeggiante Heavy Metal/Hard Rock dal gusto anni 80 ripescando pezzi al pari di Crazy Nights, Heavy Chains, Let it Go e Blackstar Oblivion. È un peccato che una fetta di sostenitori si sia allontanata prima del loro set per andare a dissetarsi nel tendone adiacente. Ma d’altronde questo è il risultato dell’ordinanza “anti - alcol” che abbiamo menzionato poco fa.

La disponibilità di un solo palco costringe tutti gli artisti a tagliare le scalette e a eseguire i restanti brani in appena 45 minuti. Per contenere al minimo le pause, l’organizzazione ha inoltre allestito ben 3 backline che ruotano a ogni cambio palco. I Death Angel hanno però insistito per suonare con la propria strumentazione con il risultato di un’esibizione cortissima che ha suscitato il malcontento dei tantissimi fan presenti e i “Fuck, Fucking Bullshit!” di uno stizzito Rob Cavestany. In ogni caso, la line - up di San Francisco dimostra ancora un tiro Thrash spaventoso in sede live specialmente con la vecchia Evil Priest e con le recenti Claws in So Deep e Thrown to the Wolves. Mark Osegueda si è poi addentrato tra il pubblico a concedere autografi e foto che rimbalzano sulle pagine Facebook degli ammiratori durante la giornata di domenica.

Tocca poi ai Demolition Hammer. I newyorkesi hanno l’intero parterre dalla loro parte e annunciano l’abbattersi dell’Epidemia di Violenza prima di fucilare la richiestissima Infectious Hospital Waste e le velocissime Hydrophobia e Carnivorous Obsession. Ancora i volumi eccessivi penalizzano la piena godibilità dello spettacolo andando in particolare a dare troppo risalto al rullante di Angel Cotte e agli scream acidi di Steve Reynolds.

I metallari accorrono ancora più numerosi quando entrano gli Exciter. I canadesi vivono del fiammante carisma del cantante e batterista Dan Beehler che sprona i presenti ad offrire il massimo supporto. Ovviamente viene messo in massimo rilievo il capolavoro del 1983 targato Heavy Metal Maniac di cui vengono eseguite l’omonima, Iron Dogs, Cry of the Banshee e Stand Up and Fight. Stupendo è ammirare anche la chitarra di John Ricci che offre una prova di assoluta perizia tecnica. 

A sera arriva un’altra sorpresa. Lo slot dei Wintersun è stato collocato in seguito a quello dei Sacred Reich per un motivo ancora non chiarito dall’organizzazione. E così il gruppo di Phoenix può celebrare per la seconda volta in Italia i trent’anni del suo gioiello Ignorance proponendo l’omonima al platter, Administrative Decision e Victim of Demise. Non mancano l’acclamata The American Way e la cover di War Pigs dei Black Sabbath. Il set si chiude con la spassosa Surf Nicaragua che accende l’animo di tutti quelli sotto la transenna. Così come al Fosch Fest 20161, il cantante e bassista Phil Rind si dimostra sempre giocoso e affabile e riesce in fretta a sostituire il basso difettato di una corda rotta. Volano inoltre degli insulti gratuiti all’indirizzo di Donald Trump.

E quindi arrivano i Wintersun. I problemi tecnici attanagliano il set costringendo i fonici a riavviare per ben tre volte l’attacco strumentale di Awaken from the Dark Slumber, il brano di esordio di The Forest Seasons che è uscito giusto ieri sotto l’egida della Nuclear Blast e recensito sulle nostre pagine da Stefano. Il tempo però stringe e le usuali e lunghe progressioni dei brani impongono ancora più fretta alla formazione finlandese capitanata dall’ex - Ensiferum Jari Mäenpää. Così seguono appena altri tre pezzi, ossia Winter Madness, Sons of Winter and Stars e Time, che riescono comunque a infondere un certo senso di epicità nel nutrito seguito di ammiratori.

Il sipario si chiude con gli attesissimi Kreator che occupano circa 1 ora e 15 minuti per impartire una lezione di vero Thrash teutonico. Sappiamo delle critiche ricevute a livello di recensione per essere diventati più “melodici” dai tempi di Endless Pain e di Extreme Aggression. Però i brani estratti dall’ultimo Gods of Violence, come l’omonima, Satan is Real, World War Now, Fallen Brother e Hail to the Hordes, hanno sferrato un colpo spaccaossa dal vivo. Mille Petrozza è il vero mattatore del quartetto e ringrazia tutti i fan del loro supporto dopo aver dedicato parole di apprezzamento agli Exciter, una delle sue prime fonti di ispirazione. La chitarra di Sami Yli-Sirniö e la batteria di Jürgen Reil gli tengono botta e spingono i fan a un continuo circle pit e infine a un wall of death sulle prime note della storica Total Death. Degne di un ottimo apprezzamento sono anche le recenti Civilization Collapse e Phantom Antichrist che provengono dal disco omonimo alla seconda canzone. Non possono mancare all’appello anche gli inni eterni di Violent Revolution e di Pleasure to Kill. Nonostante i mezzi scenici assai limitati offerti dal Palatenda, i Kreator riescono a rendere ancora più spettacolare e coinvolgente lo show sfruttando sparate di fumi scenici, giochi di fari colorati e lanci di strisce di carta dal soffitto. Sono le 00.05 e il primo giorno del Colony Open Air si è concluso.

Nessuno dello staff di IronFolks presenzierà al Day 2. Cogliamo l’occasione per esprimere i più sinceri complimenti a Roberto Rosa per aver allestito un festival riuscito al meglio a fronte di tutti i problemi incontrati. Roby, in futuro ripensa a una seconda edizione!

 

KREATOR - SETLIST:

  1. Hordes of Chaos
  2. Phobia
  3. Satan is Real
  4. Gods of Violence
  5. People of the Lie
  6. Total Death
  7. Mars Mantra (Intro) + Phantom Antichrist
  8. Fallen Brother
  9. Enemy of God
  10. Apocalypticon (Intro) + World War Now
  11. Hail to the Hordes
  12. Civilization Collapse
    Encore:
  13. The Patriarch (Intro) + Violent Revolution
  14. Pleasure to Kill
Andrea Bosio
Author: Andrea Bosio
Strenuo fan del metal underground italiano e straniero, sempre in cerca di nuove band da ascoltare e conoscere di persona ai live. Dal 2012, racconta i festival a cui partecipa su IronFolks.