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Veruno, 2Days Prog+1  2/9/2016: Una cronistoria che è una scusa per parlare di gerontofilia

Nel 1969, mia madre guardava Doppia Coppia con Lelio Luttazzi ed Alighiero Noschese, aveva nove anni e aveva il 12'' di Volevo un Gatto Nero dello Zecchino d'Oro.
Nel 1969, mio padre di anni ne aveva un po' di più e probabilmente si divideva tra Donizetti e l'Equipe 84 alla radio.
Nel 1969, Mick Box aveva diciotto anni, come buona parte dei suoi coetanei suonava, si drogava o faceva entrambe le cose con risultati apprezzabili; con molta probabilità ascoltava Kinks e Troggs: con qualche amico e delle buone idee fondava l'embrione degli Uriah Heep (che si pronuncia così).

Conosciuti per caso grazie ad una compilation prog in triplo cd pagata EURO TRE in libreria, sono sempre stati per me un margine del rock (progressivo) britannico settantiano, quindi un po' per ignoranza, un po' per pigrizia - che nell'era di Internet è un crimine – non li avevo mai approfonditi oltre allo stretto indispensabile antologico: Lady in Black, Easy Livin' e Sunrise.
Ecco, gli Uriah Heep sono quella band che inserirei nel pantheon dei Grandi Fraintesi dell'Heavy, accompagnati dai miei amati Blue Ӧyster Cult, dai Vanilla Fudge e da una piacevolissima scoperta recente, gli statunitensi Dust (godibilissimo proto-doom piuttosto marcio made in Brooklyn). A differenza dei sopra citati, più occupati a riempire il pentagramma di riff oscuri, gli Heep si sono negli anni caratterizzati da un approccio energico, passando dalle atmosfere prog di The Magician's Birthday agli urli heavy di Sunrise, alla carica sbruffona di inni come Easy Livin'.

Una band che in 46 anni ha scalato le vette delle classifiche e scavato i fondi dei cestoni della Mediaworld, contando un totale di:

(respirone)

  • ventiquattro album studio;
  • diciotto album live;
  • trentanove compilation;
  • diciotto dividì;
  • trentatré singoli.

Ora, ai posteri l'annoso giudizio su cosa effettivamente sia salvabile della discografia degli Uriah Heep, forse la risposta ce l'han data proprio loro nella scaletta, tenendo i classici dei primi sei album ed inserendo qualche estratto dal più recente Outsider, godevolissimo disco hard'n'heavy che mantiene alto il livello e il volume dei vecchiardi britannici.

La platea di Veruno è una moltitudine, unita nell'accogliere uno dei più importanti gruppi ospitati nelle otto edizioni del festival; la prima volta che venni fu lo scorso anno per i Magma (concerto che mi fece notevolmente rivalutare il concetto di narcolessia), vedere la Piazzetta della Musica così riempita la rende quasi irriconoscibile.
Se di solito, all'ingresso degli artisti si abbassano le luci, stavolta il palco diventa un tripudio di fari, a presentare la formazione capitanata dal canadese Bernie Shaw, che si divora il pubblico con la maestria derivata da trent'anni di militanza negli Heep e una verve naturale pazzesca. Si potrebbe stare a vedere solo lui, sul palco ad agitarsi, mentre mantiene una qualità canora davvero notevole; un omaccione che sorride ed incita il pubblico costantemente.
Mick Box, nonostante le primavere alle spalle siano sessantanove, dimostra che l'età non è che un numerino sul documento, Phil Lanzon alla tastiera e Russel Gilbrook dietro le pelli non vogliono essere da meno, suonando con un tiro a dir poco entusiasmante; rinvio a giudizio per Davey Rimmer, acquisto troppo recente per essere valutato in questa sede.

Si comincia dal vero e proprio inizio degli Heep, Gypsy, primo estratto da quel fantastico debutto che fu Very 'eavy...Very 'umble - in questo video di almeno 25 anni fa si ha una vaga idea di come l'abbiano suonata a Veruno, contando che l'attuale batterista usa le bacchette come se dovesse punire la batteria, colpi precisi e molto incisivi.

Il punto forte degli Uriah Heep sono i cori, che vengono ripresi dagli astanti (si sa, noi italiani non sapremo applaudire a tempo, ma cantare ci piace), che cercano di seguire anche i pezzi nuovi come The Law e la title-track dall'ultimo LP The Outsider.
E poi si arriva a Sunrise, Stealin' e alla mini-suite The Magician's Birthday; a volte rapsodia, a volte genuino delirio onirico ("Happy birthday to you/ Happy birthday the Magician/ Happy birthday to you!"), personalmente la mia preferita dopo July Morning. Proprio su July Morning, brano scritto per la voce di David Byron, una voce più calda, meno heavy del cantante attuale, sento la discrepanza dei fan, tra chi ricorda la versione su disco e chi segue il concerto, lanciandosi a polmoni aperti nell'urlare il ritornello. Un pezzo che da quarant'anni è oggetto di confronti con un capolavoro di poco antecedente, Child In Time dei Deep Purple, per quella melodia di tastiera e l'interpretazione struggente (concretizzata al meglio dall'ugola di Shaw, a mio avviso); poi Mick Box prende l'acustica, e tutti noi sappiamo cosa sta per arrivare. Lady In Black è, a seconda di chi parla, "IL" brano degli Uriah Heep per antonomasia. Sicuramente la più cantata da chi c'era, da chi sperava che dopo l'encore potessero fare Wizard prima di concludere con Easy Livin', ma è una scelta da rispettare: un concerto di media durata, con una tenuta della Madonna, val bene l'esclusione di alcuni brani. Dopo quarantasei anni, gli Uriah Heep si confermano una live band dal livello cui coetanei loro  - e miei – potrebbero arrivare solo sognando.

Nel 1969 io non c'ero e mi sono persa un sacco di cose, quattordici settimane di Mario Tessuto in classifica con Lisa Dagli Occhi Blu, Hot Rats e Space Oddity, ma essere stata qui, avere visto e udito ciò che i miei genitori e molti altri avrebbero potuto, scegliendo di non farlo, mi fa pensare che questo, alla fine, non è un brutto tempo in cui essere al mondo.

Lascio Veruno con la conferma che questo sia uno degli eventi europei più importanti del genere, un'iniziativa da incensare e salvaguardare, non solo per il bill, ma per l'organizzazione ottima e la grande passione che mette lo staff, genuinamente coinvolto nel rendere il 2Days Prog un appuntamento immancabile nel calendario musicale.

"(...) And I will dream of my magic night
And the million silver stars that guide me with their light..."

SETLIST:

  1. Gypsy
  2. Look at Yourself
  3. The Law
  4. The Outsider
  5. Sunrise
  6. Stealin'
  7. The Magician's Birthday
  8. One Minute
  9. Can't Take That Away
  10. July Morning
  11. Lady in Black
  12. Encore:
  13. Easy Livin'
Rayne Colombi
Live Reporter
Nata a Bergamo poco dopo la caduta del Muro (per noi è stato un gran dispiacere, visto l'amore per l'edilizia), cresce a pane e musica classica (Donizetti, Mozart, i Pooh...) e si avvicina al metal verso i 15 anni. Dopo qualche anno in radio e la collaborazione con una webzine fino al 2015, entra nello staff di Ironfolks per abbassarne la qualità, definita troppo alta dalla concorrenza. Onnivora musicale, dice di amare la lettura ma non finsce un libro dal 2013.