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Attorno al secondo giorno del Fosch Fest 2016 si concentrano delle aspettative di livello altissimo. Il bill offre delle consolidate realtà nazionali accanto a dei nomi di importanza storica per l’intero movimento dell’Heavy Metal. E su tutti spicca il monicker degli Anthrax. Tuttavia nella mattinata si verifica uno spiacevole inconveniente che si ripercuoterà in modo inaspettato e negativo sulla completa e felice riuscita di questa bella kermesse musicale.

Un violento diluvio causa infatti l’allagamento dell’Underground Stage, ossia il secondo e piccolo palco che è stato montato quest’anno con l’intento di favorire un più veloce turnover degli show tenuti dalle band emergenti italiane. Lo staff organizzativo del Fosch Fest si ritrova così in una situazione di totale disordine. Per non sottrarre minuti alle cinque band internazionali, la decisione drastica è quella di annullare in blocco le esibizioni che sono state programmate per i Denial, i Sinphobia, i Fallout H.R., gli Unredeemed (da noi intercettati tra il pubblico e intervistati, ndr) e i The Modern Age Slavery. A queste si aggiunge quella che gli Ulvedharr dovrebbero tenere sul main stage. Un comunicato ufficiale pubblicato sulla pagina Facebook del festival tenta di placare un certo senso collettivo di rassegnazione e di confusione e informa che gli spettacoli inizieranno alle ore 16.30.

I Fleshgod Apocalypse si presentano a un pubblico che sfiorerà più tardi le quattromila unità battendo i numeri registrati durante le ultime tre edizioni del festival. Dopo prestigiosi tour all’estero (ad esempio il Summer Slaughter 2011, ndr), la band dice di essere contenta di potersi esibire nel suo Paese trovando quella motivazione in più per tenere uno show davvero memorabile. Francesco Paoli si conferma uno dei più talentuosi batteristi Technical Brutal Death Metal in Europa e offre una prova di assoluta precisione e intensità. I trigger impostati sui pedali della doppia cassa martellano a ritmi elevati sull’acclamata The Violation e poi su Cold as Perfection e The Fool. Tommaso Riccardi gli regge botta con i suoi growl gutturali e presenta ogni brano con quel tocco di teatralità che vela di epicità la base classica di sottofondo. I perugini devono però tagliare la scaletta perché occorre tempo per ripristinare il funzionamento del generatore di corrente danneggiato dal temporale.

È l’ora dei Destruction. “You don’t know how much power we have!” esordisce il cantante e bassista Schmier il quale è carico per tenere un concerto speciale e incentrato sul capolavoro del 1986 targato Eternal Devastation. Tuttavia la festa viene rovinata da due interruzioni che sono provocate dal grave guasto al generatore di corrente. E il trio tedesco riesce a eseguire solo Curse the Gods e Eternal Ban da quel cd che ha permesso al Thrash Metal europeo di competere a testa alta a quello tradizionale proveniente dagli Stati Uniti. Schmier alza le braccia prendendosi delle scuse ovviamente non dovute quando si alzano delle bordate di fischi e delle lamentele indirizzate alla gestione dello spettacolo e dell’evento in generale. Il frontman e Sifringer cercano comunque di sbollire gli animi distribuendo delle birre ai fan costantemente incollati alle transenne. Si riprende poi in fretta e vengono proposti i brani più acclamati come Nailed to The Cross e l’inno Thrash Till Death le quali scatenano i moshpit forse più violenti dei tre giorni di festival.

Si va avanti con i Sacred Reich. L’attesa è irrefrenabile per una band che ha ripreso a infiammare le arene mondiali col suo Thrash Metal posteriore all’ondata Bay Area dopo uno stop di sette anni. Oggi è l’occasione per il quartetto dell’Arizona di presentare i successi dei primi due album, Ignorance e The American Way, al parterre italico per la prima volta in assoluto nella sua carriera trentennale. Vengono così proposte le omonime a questi due platter, Death Squad e Love…Hate. Il sorridente frontman, Phil Rind, chiede inoltre a un pubblico sorpreso di prendere il vicino e di abbracciarlo calorosamente. Questo gesto ricorda che le lyrics dei Sacred Reich hanno sempre condannato ogni forma di interventismo americano nelle guerre oltreoceano. Il set celebra inoltre i Black Sabbath con una bella cover di War Pigs e si chiude con la divertente Surf Nicaragua.

Tocca poi agli At The Gates. Dalle casse esce El Altar del Dios Desconocido, l’intro parlato che precede un attacco di guerra a Death and the Labyrinth da parte del fenomenale batterista Adrian Erlandsson. Dall’ultimo lavoro, At War With Reality, con cui il quartetto svedese ha sancito il secondo ritorno sulle scene a distanza della prima e più lunga pausa di undici anni, vengono selezionate poche tracce tra cui spiccano l’omonima al cd e The Circular Ruins. Il carismatico cantante Tomas Lindberg, sempre abbigliato con il suo cappellino bianco-nero, ha già promesso a tutti i fan che lo hanno incontrato al meet&greet di voler privilegiare il masterpiece del 1995 targato Slaughter of The Soul. Non mancano così Cold e l’attesissima Blinded By Fear. La prova offerta è di livello pregievole e dimostra che l’idea dei fratelli Björler di unire bordate di riff veloci e bassi ai vocalizzi urlati e malsani di Lindberg riscuote ancora un entusiasmo viscerale dal suo pubblico.

Il tanto bello e difficile giorno di Fosch Fest termina con lo show degli Anthrax. Il quintetto ha da farsi perdonare di aver fatto tardare con il suo minuzioso sound-check pomeridiano le esibizioni degli altri quattro colossi. E si può dire che esso ci sia riuscito grazie a uno show abbastanza contenuto di durata ma energico e carismatico allo stesso tempo. Anche se il tono dei classici puliti/scream vocali si sia abbassato negli ultimi anni, Joey Belladonna è ancora capace di offrire una prova eccellente e di tenere il palco continuando ad incitare animosamente la folta schiera di fan sotto le transenne. Scott Ian, Jonathan Donais e Frank Bello mantengono un headbanging velocissimo per tutto il concerto e danno quella carica irresistibile ai riff delle due chitarre e del basso che solo gli Anthrax possono vantare nel loro repertorio. Jon Dette, il sostituto di Charlie Benante lungo l’intero tour europeo, assesta il colpo finale dell’armata newyorkese martellando adrenalinicamente i tamburi e la cassa. Il concerto è introdotto dalla strumentale Impaled che accompagna You Gotta Believe, tratta dall’ultimo For All Kings, da cui viene inoltre selezionata la speciale cover di In The End dedicata a Ronnie James Dio. Vengono poi regalati gli immortali successi di Caught in a Mosh, di Madhouse, di Got the Time, di Antisocial e di Indians che mandano in visibilio tutti i fan presenti. È un ovazione continua per il quintetto che si ferma un attimo a regalare plettri e bacchette prima di scappare con un mini-van diretto verso il loro hotel.

ANTHRAX - SETLIST:

  1. Impaled (Intro) + You Gotta Believe
  2. Monster at the End
  3. Caught in a Mosh
  4. Madhouse
  5. Got the Time (Joe Jackson’s Cover)
  6. Fight 'Em 'Til You Can't
  7. Evil Twin
  8. Medusa
  9. March of the S.O.D. (Stormtroopers of Death’s Cover)
  10. Hymn 1 (Intro) + In the End (Ronnie James Dio’s Cover)
  11. Antisocial (Trust’s Cover)
    Encore:
  12. Breathing Lightning
  13. Indians
Andrea Bosio
Author: Andrea Bosio
Strenuo fan del metal underground italiano e straniero, sempre in cerca di nuove band da ascoltare e conoscere di persona ai live. Dal 2012, racconta i festival a cui partecipa su IronFolks.