Dopo un anno che potremmo definire “sabbatico”, il ritorno del Fosch Fest con la sua sesta edizione si contraddistingue (oltre che per l'entusiastica accoglienza da parte dei fans nei confronti di uno dei festival più amati di sempre) per la grande varietà di generi proposti, a sancire il definitivo sdoganamento dall'ortodossia “Folk” degli esordi, che comunque in breve tempo aveva lasciato sempre maggiore spazio alle differenti incarnazioni di quel poliedrico genere comunemente noto come Heavy Metal. Inoltre, insieme alle numerose novità (a cominciare dalla durata portata a tre giorni) il Fosch Fest raggiunge indiscutibilmente lo status di evento di punta nel panorama italiano ed europeo grazie ad un bill di eccezionale livello che nulla ha da invidiare a ben più noti festival continentali.

E proprio per rimanere in ambito “europeo” abbiamo contattato (grazie alla collaborazione dell'organizzazione del festival, nella figura dell'amico Roberto Freri) una delle band più attese dal pubblico, ovvero i tedeschi Finsterforst («foresta oscura», in italiano), autori di uno degli album più entusiasmanti di questo 2015, quel Mach dich frei del quale - ma non solo - abbiamo parlato con Cornelius “Wombo” Heck, batterista della formazione del Baden-Württemberg che si esibirà sul palco di Bagnatica nella seconda delle tre giornate in programma fra il 7 e il 9 agosto prossimi.

Nell'articolo precedente vi abbiamo guidato attraverso la storia dei Kalevala hms. Oggi torniamo a parlare di loro con lo strumento migliore per conoscerli senza filtri: una lunga intervista in cui Daniele Zoncheddu, uno dei “grandi vecchi” della band, ci racconterà la sua esperienza in quella che ormai si può definire, a tutti gli effetti, una delle realtà più rappresentative della scena italiana.

Al momento dell’esplosione a livello planetario del fenomeno Thrash Metal, nella prima metà degli Anni ’80, probabilmente nessuno poteva prevedere che questo genere avrebbe rappresentato la base da cui sarebbero scaturite tutte le future incarnazioni del Metal estremo, a cominciare dal Death fino alle recenti connotazioni Post-Qualsiasicosa. Anche l’Italia fece la sua parte, almeno fino ai primi anni ’90, proponendo band talvolta formidabili e spesso sottovalutate (almeno in patria), offrendo un panorama ampio e variegato su cui svettavano gli ancora oggi inarrivabili Bulldozer (…perché “Neurodeliri” è un capolavoro. Punto.), e bisogna riconoscere che, nonostante gli italici musicisti abbiano esplorato nel tempo altre strade (non sempre con esiti trionfali, a dire il vero), il Thrash è forse l’unica corrente ad essere sempre rimasta più o meno presente nelle proposte riconducibili a certe sonorità, magari un po’ nascosta, ma sempre in qualche modo evocata, in qualche occasione anche con un discreto successo.

A trentadue anni da “Kill ’em All”, ventinove da “Reign In Blood” e ventitré da “Vulgar Display Of Power” (giusto per dare qualche riferimento musical-cronologico), l’Italia propone al mondo una nuova creatura musicale che affonda le sue radici nel Thrash d’annata, offrendo però frutti dal sapore moderno, senza sgradevoli retrogusti nostalgici ma con un aroma di tradizione: stiamo parlando degli Unredeemed, ovvero Emilio Cornaglia (chitarre), Roberto Giuliano (chitarre), Federico Pennazzato (batteria), Giovanni Matteo Gliozzo (voce) e Glenn Strange (basso), gli ultimi due protagonisti dell’intervista che leggerete qui sotto, realizzata circa un mese fa con una lunga e piacevolissima telefonata pomeridiana.

Correva l’anno 2008 quando ho intervistato per la prima volta i Folkstone, allora giovane band che cercava di farsi largo nell’affollatissimo panorama Metal con una proposta molto personale, che poteva piacere o non piacere, ma che certo non passava inosservata. Sono passati più di sei anni, e con loro sono arrivati dischi, concerti, affermazione, successo, in Italia e in Europa, tanto che il gruppo orobico si è insediato di diritto ai vertici dell’ormai sconfinato universo Folk Metal/Rock. A pochi giorni di distanza dalla pubblicazione del quarto album in studio (a cui vanno aggiunti una raccolta di brani acustici e un magnifico dvd live) ho incontrato telefonicamente l’insostituibile Roby, che insieme a Lore, Teo e Andreas compone il nucleo riconducibile alla formazione originale, e che mi ha aiutato a scoprire i segreti del nuovo album, intitolato “Oltre… L’Abisso”.

Nati nel dicembre del 2013, i Temperance si stanno rapidamente affermando come una band di tutto rispetto all'interno dell'ambiente metal. Ed effettivamente il loro album di debutto, l'omonimo Temperance, si presenta come il lavoro di musicisti già musicalmente maturi, che ben riescono ad amalgamarsi dando vita ad una nuova formazione. Per capire come tutto ciò abbia preso vita, ho intervistato Chiara Tricarico, cantante della band.

Che il metal estremo in Italia non abbia mai goduto di particolare fortuna, è cosa nota. Tuttavia, anche dal "bel paese" sono nate delle vere chicche di cattiveria musicale.
Tra i gruppi che hanno fatto la storia del metal estremo in Italia (e non solo) un posto di merito spetta indubbiamente ai Necrodeath. Per parlare del loro ultimo album, The 7 deadly sins, recentemente uscito per la Scarlet Records, ho intervistato Flegias, attuale cantante della band.

È primavera, a Berlino.
Gli ultimi reparti delle Waffen-SS si oppongono disperatamente alle soverchianti forze sovietiche, un sacrificio vano che evoca una wagneriana Götterdämmerung per i pochi valorosi a non essere fuggiti dinanzi al nemico. Il fragore dell’artiglieria da 152 e delle raffiche dei PPSh-41 sono sopraffatti dal ruggito dei T-34 che avanzano fra le macerie per raggiungere la Cancelleria del Reich. Quando i soldati dell’Armata Rossa avranno conquistato quel palazzo, la Grande Guerra Patriottica potrà dirsi finita…

Aironi: è questa la traduzione italiana di Herons, titolo del secondo album degli Evenoire, band cremonese che si sta rapidamente affermando nella scena folk-metal italiana. Herons è uscito il 15 aprile in USA, Europa e Giappone. Come nel precedente Vitriol i brani nascono dal lavoro del bassista Marco Binotto per le musiche e della cantante Elisa "Lisy" Stefanoni per i testi. E proprio con Lisy ho avuto il piacere di parlare di questo interessante lavoro, del quale uscirà nei prossimi giorni la mia recensione.

È ormai dal lontano 2009 che - partendo dal territorio della Valle Camonica, all’estremo Nord della provincia di Brescia - un'oscura e indefinita entità si aggira fra noi, un guardiano incappucciato che monita - anzi, meglio di no, brutta immagine… che indica ad ognuno di noi la strada da seguire. Ora che il tempo delle rivelazioni è giunto, il Guardiano si mostra, ed insieme a lui lo fanno anche Pietro Toloni (clean vocals e basso), Cesare Damiolini (growl vocals e chitarra), Freddie Formis (chitarra) e Dylan Formis (batteria), ovvero gli Hell's Guardian, che abbiamo incontrato a pochi giorni dall'uscita dell'atteso album d'esordio.



Penso che negli ultimi dieci/quindici anni si sia persa la misura nell’utilizzare le parole.
Una qualsiasi cosa non è più «bella», è «strepitosa»; una squadra di calcio che viene sconfitta 5 a 0 non ha perso, è stata «asfaltata» (anche se questa è simpatica, devo ammetterlo…); un evento atmosferico appena fuori dalla norma non è più tale, è una «emergenza» (Studio Aperto insegna: emergenza caldo in Agosto, emergenza freddo a Dicembre…). Per non parlare degli imbarazzanti anglismi, dell’odioso «attimino», dell’indisponente «quant’altro» o del fastidiosissimo «assolutamente sì», e di tutte quelle presunte nuove «forme» che - oltre che usate a sproposito - in alcuni casi sono addirittura in contrasto con i crismi della tuttora bellissima lingua italiana.
Anche «leggenda» è un termine di cui spesso si abusa (pensate, che so, a Mourinho…), ma in ambito musicale, quando si parla di gruppi come Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath o Yes - tanto per fare qualche esempio - una simile definizione non è per nulla esagerata. Ecco perché quando il buon Nik Mazzucconi mi confermò l’intervista con Ian Paice (storico batterista dei Deep Purple, nonché unico elemento a far parte di tutte le incarnazioni del gruppo) prima del concerto che con la sua Band avrebbe tenuto presso il Druso Circus di Bergamo, lo scorso 15 Dicembre, una certa agitazione si era impadronita del sottoscritto. Se a questo aggiungete un allarmante sms durante il viaggio verso il locale, nel quale mi si avvisava che l’artista era in ritardo di due ore e che l’intervista si sarebbe fatta «dopo il concerto, se si riesce», capirete il mio stato d’animo, ulteriormente depresso dalla infinita coda di fans in attesa di una foto o di un autografo dopo lo show. Alle 00.51, quindi, raccoglievo le mie cose per abbandonare il campo, ma nel volgere di pochi minuti tutto cambiava e, ormai ben oltre l’una di notte, ho parlato con la leggenda…

L’appena conclusosi anno 2013 non sarà certo ricordato con affetto da chiunque operi nell’ambito musicale. Ad un mercato discografico ormai in crisi conclamata. e per di più ingolfato da una miriade di produzioni più o meno artigianali (molte delle quali francamente trascurabili), ha fatto fronte una gravissima crisi dell’attività concertistica, dovuta sia agli spesso folli costi dei biglietti fissati dagli italici organizzatori (che poi hanno anche il coraggio di lamentarsi) che ai sempre più onerosi balzelli imposti da enti (SiAE in primis) i quali in teoria dovrebbero tutelare la musica, rivestendo in realtà i panni del carnefice munito di garrota. Se a tutto ciò aggiungiamo una crescente disaffezione da parte del pubblico più giovane (prevalentemente da imputare ad una scarsa se non nulla cultura musicale), risulta evidente come questi ultimi dodici mesi abbiano contribuito a creare i presupposti per uno stato di allarme quantomeno giustificabile, se non giustificato.

Mai come negli ultimi anni il termine «Metal» si è trovato legato al termine «Folk».
L’esplosione del Folk Metal, che ha determinato la nascita di innumerevoli formazioni dedite a questa particolare diramazione del ceppo Heavy, ha in pochi anni portato l’immaginario collettivo a sostituire borchie e catene con kilt e corni ricolmi di idromele, alimentando un circuito in costante espansione che - come inevitabilmente accade in questi casi - ha visto gli artisti capostipiti del genere tenersi a galla in un oceano di nuovi gruppi, molti dei quali a dire il vero non proprio degni di nota (l’utilità degli eufemismi…, ndr). Ma i forti sopravvivono e, dopo anni di ripetuti assalti, i baluardi dell’incontro fra musica estrema e tradizione millenaria resistono ancora, mantenendo alla dovuta distanza coloro che li hanno seguiti in un’avventura iniziata più o meno un ventennio fa con passione, incoscienza e tanto coraggio.
Gli irlandesi Cruachan fanno parte di questo ristretto gruppo di artisti, e il vostro scrivano li ha incontrati nel pomeriggio precedente la loro trionfale esibizione alla quinta edizione del Fosch Fest di Bagnatica.

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