Fra i gruppi che si stanno prepotentemente facendo largo nell’affollata scena metal internazionale c’è una formazione proveniente dal centro Italia che in pochi anni ha raggiunto altissimi (e meritatissimi) livelli di popolarità guadagnandosi il plauso del pubblico di tutto il mondo. Stiamo parlando dei Fleshgod Apocalypse, che pochi mesi fa hanno pubblicato il quarto album, intitolato King, e che saranno fra i protagonisti più attesi dell’edizione 2016 del Fosch Fest di Bagnatica, occasione che abbiamo sfruttato - grazie all’impegno dell’insostituibile Roberto Freri - per contattare la band, impegnata in un lungo tour europeo ma che con grande disponibilità ha comunque trovato il tempo, per voce di Tommaso Riccardi (voce, chitarra, orchestrazioni), di rispondere alle nostre domande.

Ai giorni nostri nessuno si stupirebbe nell’imbattersi in una band composta da ragazze con un’età media di 16 anni. Ma nel 1976 la cosa non era così comune, tanto più in un’America dove quattro adolescenti che suonavano rock ‘n’ roll cantando di sesso, sbronze e vita di strada erano un autentico oltraggio a tematiche che per quei tempi erano tabù (e anche ai nostri tempi, a dire il vero…). Quelle ragazze erano The Runaways, band creata dal manager Kim Fowley e, seppur attiva solo per un paio d’anni (ma con tre album in studio, un live e una compilation di inediti!), fondamentale sia per essere stata la prima all female band della scena rock (tanto da essere poi immortalata nell’omonimo film interpretato da Kristen Stewart e Dakota Fanning), che per le successive carriere di due delle componenti, ovvero le chitarriste e cantanti Joan Jett, conosciuta in tutto il mondo per il singolo I Love Rock ‘n’ Roll, e Lita Ford, dominatrice di un decennio che con l’album intitolato semplicemente Lita, pubblicato nel 1988, si impadronì delle classifiche di vendita e della heavy rotation di MTV, soprattutto grazie ai singoli Kiss Me Deadly e Close My Eyes Forever, quest’ultima scritta e interpretata insieme a Ozzy Osbourne.
Ebbene, poche settimane proprio Lita Ford ha pubblicato il suo nuovo album, intitolato Time Capsule, e grazie all’agenzia KezzMe Ltd. siamo riusciti a contattare questa autentica regina del rock, da qualche anno ritornata prepotentemente sulla scena.

Roma, prima metà degli Anni Novanta: epoca di fanzine, passaparola e demotape davvero on tape, su cassetta, (cosa che sta tornando, soprattutto in ambito black), centinaia di francobolli e di molte altre cose nelle quali buona parte di chi sta leggendo quest'articolo non potrà riconoscersi.
Chi scrive ha 26 anni, il primo contatto con la musica è avvenuto con degli mp3 di qualità infima e provenienza dubbia, quasi tutti con le denominazioni sbagliate, che dio solo sa quale abbondanza di cromosomi potesse attribuire certe cose dei Doors ai Pink Floyd e risalire al vero autore era un po' come sperare che tirando i dadi a Risiko uscissero solo dei sei in difesa.

Tutto questo per dire che ho la stessa età dei Novembre. Ne è certamente passata di acqua sotto i ponti da quando erano conosciuti come Catacomb: genere, lineup, modalità espressiva; eppure dopo un lungo iato che poco lasciava sperare rieccoli con URSA, un lavoro armonico, ben fatto, bilanciato negli elementi classici che contraddistinguono la band – aggressività e melodia – e portatore di dettagli insoliti, ma affatto deludenti. Nove anni di cambiamenti esterni e interni alla struttura del progetto Novembre, riflessi su tematiche animaliste, umane, meno intime di quanto si sia visto negli album precedenti.
Per discutere di questo ed altro, abbiamo incontrato Carmelo e Massimiliano poco prima del loro concerto al Live di Trezzo d'Adda,

Domanda: cosa accomuna Keanu Reeves, Slash, Dustin Hoffman, Lars Ulrich, Michael Moore, Lemmy e il quotidiano Times di Londra? Risposta: un’incudine.
Non stiamo ovviamente parlando di passione per la metallurgia medievale, bensì dei canadesi Anvil (in inglese «incudine», appunto), probabilmente la band più sfortunata di tutta la storia della musica, la cui travagliatissima carriera, iniziata nel 1978, ha finalmente (e meritatamente) trovato la giusta strada dopo la pubblicazione del film documentario Anvil - The Story Of Anvil, presentato con successo al Sundance Film Festival del 2008 (dove vinse il Premio del Pubblico) per poi ottenere numerosi premi internazionali - fra cui un Emmy - e definito proprio dal quotidiano britannico «probabilmente il più grande film mai realizzato sul rock and roll» (Michael Moore si è «limitato» a considerarlo «il migliore documentario degli ultimi anni»…). E in occasione della loro unica data italiana del tour promozionale legato al nuovo album (intitolato orgogliosamente Anvil Is Anvil), programmata al Circolo Colony di Brescia lo scorso 9 aprile, grazie all'agenzia KezzMe Ltd. ho avuto l'onore di incontrare Steve “Lips” Kudlow, voce e chitarra della band, che insieme all'inseparabile drummer Robb Reiner è l'anima di uno dei gruppi musicali (completato dal nuovo bassista, Chris Robertson) per i quali la definizione «leggenda» è - nel bene e nel male - tutto fuorché esagerata.

Nel sempre più vasto panorama musicale comunemente chiamato «folk», da tempo ormai estesosi ben oltre i confini della tradizionale musica folclorica, i tedeschi Faun rappresentano una delle punte di diamante della scena mondiale, una posizione consolidata in quasi quindici anni di carriera riassunti in otto album in studio, un live, due dvd e un'intensissima attività dal vivo (più di 800 concerti!), oltre ad un contratto con la major discografica Universal, a dimostrare una crescita artistica che ha portato la band ad arricchire le proprie sonorità con l'inserimento di elementi elettronici integrando una struttura saldamente ancorata alla musica antica, proposta evidentemente apprezzata tanto in patria (due loro dischi sono entrati nella top 10 di vendita in Germania) che nel resto del mondo. Questa dimensione planetaria porta i Faun a suonare prevalentemente nei più grandi festival mondiali, ma proprio una settimana prima della loro ennesima partecipazione ad uno dei più importanti di questi raduni, ovvero il Wave Gotik Treffen di Lipsia, la formazione germanica parteciperà alla settima edizione di Strigarium, l'evento organizzato dall'associazione culturale La Gufaia Aldilà del Cancello in programma fra il 6 e l'8 maggio prossimi nell'inedita location della località Bersaglio di Costa Volpino, dove nella serata di sabato 8 potremo ammirare sul palco Fiona Ruggeberg, Stephan Groth, Katja Moslehner, Rudiger Maul, Niel Mitra e Oliver S. Tyr, cantante e fondatore (ma non solo) della band, che abbiamo avuto l'opportunità di contattare in vista dell'evento che idealmente inaugura la stagione musicale estiva.

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Eccoci con Iron Mountain, un potente quintetto strumentale da Limerick, Irlanda, che mescola sonorità post-rock ad elementi folk e shoegaze. I ragazzi hanno recentemente firmato con Prophecy Productions e, nonostante la loro breve discografia, stanno ottenendo un discreto successo nell'underground e il loro ultimo album Unum sarà ristampato sotto l'etichetta tedesca il primo di aprile.
A rispondere alle nostre domande è Ronan Ryan, flautista degli Iron Mountain.

A volte è proprio vero: basta cogliere l’occasione giusta e tutto inizia a cambiare.

Si potrebbero sintetizzare con questa immagine le ultime settimane vissute dai bresciani Hell’s Guardian, approdati su un palco prestigioso come quello dell’Alcatraz di Milano a seguito del concatenarsi di alcuni eventi ma in grado di imporsi all’attenzione del pubblico presente e non solo, visto che a distanza di pochi giorni si è subito venuta a creare un’opportunità ancora più ghiotta, anche in questo caso prontamente colta dal quartetto che - dopo un eccellente album d’esordio datato 2014 e un ep pubblicato la scorsa estate - si appresta ad affrontare la prima, importante esperienza all’estero come opening act per una delle (almeno a mio avviso) migliori realtà del panorama metal degli ultimi vent’anni, ovvero i finlandesi Amorphis.

DISCLAIMER: Essendo la mia prima recensione per IronFolks, e di un gruppo che amo tantissimo, scriverò un articolo che vi farà vomitare arcobaleni

Alzi la mano chi ama la Russia, la pacchianità post sovietica e le barbe fluenti!
Ah, non vi piacciono? Perché state leggendo questo articolo?
Se anche voi come me siete fan di quanto elencato sopra, ma avete un'irrefrenabile voglia di Crimea tutte le volte che guardate i meme di Putin, forse non sarete molto conformi alla linea dei Russkaja, ma potreste apprezzarne molto la musica, e oggi li incontro al Bloom di Mezzago per saperne di più.

La storia dei Raven inizia quarantuno anni fa in quel di Newcastle upon Tyne, cittadina britannica che tanti personaggi ha regalato al mondo dell’arte (da Cronos a Mr. Bean, come riassunto nella recensione pubblicata su questa webzine durante la scorsa estate), compresi i fratelli John e Mark Gallagher, fra gli antesignani della New Wave Of British Heavy Metal ma purtroppo finiti ben presto in quella sorta di terra di mezzo in cui si sono ritrovati - a prescindere dal genere musicale - tutti quei gruppi che, per un motivo o per l’altro, non hanno avuto l’opportunità di spiccare l’ultimo balzo verso la notorietà «vera», quella di cui, ad esempio, godono band come Iron Maiden, Metallica o Mötley Crüe.

Vent'anni di carriera sono tanti, ma in questo lungo lasso di tempo i Kampfar hanno sempre continuato a percorrere la strada intrapresa negli anni Novanta: quella di un black metal freddo e genuino, profondamente influenzato dall'atmosfera e dalla cultura della loro fredda terra natia.
È stato un vero piacere poter intervistare Dolk, voce e frontman della band, dopo l'esibizione dei Kampfar durante la seconda giornata del Fosch Fest di Bagnatica (BG). Insieme a quest'uomo altissimo, dai tratti nordici e dai modi gentili, abbiamo potuto scambiare quattro chiacchiere per parlare di come la band da lui fondata sia riuscita a guadagnarsi un posto d'onore negli annali della storia del black metal.

Quando I My Dying Bride hanno iniziato la loro carriera, io ero ancora una bambolina con i boccoli. La tendenza degli anni ’90 era “darker is better”, e loro si sono formati adeguandosi a questo stile, diventando una delle doom metal band più prolifiche sulla scena musicale.
Oggi, dopo venticinque anni, il cantante Aaron Stainthorpe ci parla di Feel the Misery, il loro ultimo lavoro, e guarda con nostalgia agli anni passati, e con occhi pieni di entusiasmo gli esperimenti creativi che verranno nel futuro.

Leggenda, mito, modello, genio, maestro, idolo...

Non sono molti i musicisti (specie se ancora in vita) il cui nome può essere accostato a questi o simili termini senza debordare nell'esagerazione o nell'incensamento spropositato, che recentemente troppo spesso riguarda personaggi con poche speranze di costruire una carriera lunga, redditizia e artisticamente di un livello tale far guadagnare l'ingresso nella storia della musica.

Ian Fraser Kilmister, universalmente conosciuto come Lemmy, è tutto questo. E forse qualcosa di più.

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