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È primavera, a Berlino.
Gli ultimi reparti delle Waffen-SS si oppongono disperatamente alle soverchianti forze sovietiche, un sacrificio vano che evoca una wagneriana Götterdämmerung per i pochi valorosi a non essere fuggiti dinanzi al nemico. Il fragore dell’artiglieria da 152 e delle raffiche dei PPSh-41 sono sopraffatti dal ruggito dei T-34 che avanzano fra le macerie per raggiungere la Cancelleria del Reich. Quando i soldati dell’Armata Rossa avranno conquistato quel palazzo, la Grande Guerra Patriottica potrà dirsi finita…

È questo il momento epocale verso cui accompagna l’ascolto di “The Day Of Victory”, ultima fatica discografica dei parmensi Dark Lunacy. Ma per conoscere tutto ciò che ha portato a questo epilogo storico/musicale abbiamo incontrato il fondatore della band, Mike Lunacy, in una lunga e piacevolissima chiacchierata.

“The Day Of Victory” è il nostro quinto album (il sesto se consideriamo anche il live registrato a Città del Messico), ed è una sorta di ritorno alle tematiche trattate in “The Diarist” seguendo un’ideale linea temporale, visto che il disco del 2006 trattava del lungo assedio di Leningrado e questo nuovo lavoro è incentrato sulla vittoriosa avanzata dell’esercito Sovietico fino alla conquista di Berlino, celebrata proprio il 9 Maggio con le celebrazioni del «Giorno della Vittoria».

Questo ritorno alle atmosfere del terz'ultimo album lascia quindi intendere che “Weaver Of Forgotten” sia stato effettivamente un album di transizione?

In un certo senso, sì, soprattutto considerando la pausa che ci siamo presi ed il rinnovamento della formazione, che con “Weaver Of Forgotten” ha avuto il tempo di affiatarsi gettando le basi necessarie per realizzare un album che rispecchiasse lo stile che più ci appartiene, senza per questo sottovalutare un disco che fa comunque parte della storia dei Dark Lunacy.

La caratteristica più evidente di “The Day Of Victory” è la presenza del coro dell’Armata Rossa, utilizzato però non come un contorno ai brani ma come loro parte integrante, sia nelle strofe che nei ritornelli: cosa ti ha portato ad una scelta così radicale?

I cori non sono una novità per i Dark Lunacy, ma in questo caso si è trattato di una sfida, ovvero il voler realizzare un disco partendo proprio dai cori, dai loro contenuti, da queste storie di battaglia ma anche di quotidianità attorno alle quali sono state costruite le canzoni. Si è trattato di un approccio compositivo decisamente in controtendenza rispetto a quanto si potrebbe immaginare, ma alla fine il risultato ottenuto è stato davvero soddisfacente.

Un altro aspetto del disco è l’alternarsi fra brani veloci, molto fedeli ai canoni della scuola Death svedese, ed altri più cadenzati, dove è il pathos delle tematiche ad essere esaltato: anche questa è stata una scelta ben precisa?

Vista la sua composizione, era fondamentale dare un certo equilibrio all’album, e questa alternanza dei brani ha fatto sì che venisse mantenuta in primo piano quell’enfasi che ne caratterizza le liriche e che emerge soprattutto nei passaggi meno veloci. Anche qui la scelta è stata piuttosto lontana rispetto al recente trend che vede molti gruppi Death Metal ritornare sul concetto «veloce=bravo», ma ho preferito optare per un album che fosse “personale”, che rispecchiasse appunto l’identità dei Dark Lunacy dando il giusto risalto, la giusta “ambientazione sonora” alle storie raccontate.

Viviamo in un Paese - l’Italia - dove malizia, malignità e strumentalizzazione sono sempre in agguato: trattando certe tematiche, non hai mai temuto di venire etichettato politicamente?

Posso dire che finora nessuno ha mai cercato di innescare polemiche legate agli argomenti trattati nei dischi dei Dark Lunacy, forse perché è piuttosto semplice rendersi conto che non contengono alcun tipo di messaggio politico. Anzi, se proprio dovessimo individuare un “messaggio”, troveremmo quello relativo alla reazione di un popolo quando è oppresso, una tematica puramente storica che ruota attorno all’amor patrio, non alla politica o all’ideologia, come peraltro già fatto in “The Diarist” narrando le vicende dei 900 giorni dell’assedio di Leningrado. E questa è storia, non propaganda.

Come nasce questa tua passione per la Storia, quella con la “S” maiuscola?

Ogni epoca è l’evoluzione di quelle che l’hanno preceduta, quindi la vita di ognuno di noi è direttamente collegata a tutto ciò che è accaduto precedentemente: ecco il motivo per cui sono sempre stato incuriosito dal passato, dal “prima”, dalla Storia, appunto, perché - citando una nota trasmissione televisiva - si può dire che «la Storia siamo noi», nel senso che essendo ogni persona il prodotto della propria epoca, automaticamente lo è anche rispetto alle epoche precedenti. Inoltre, avere memoria storica significa conoscere - e riconoscere - gli errori compiuti, e in questo caso il verificare la sua scarsa presenza, soprattutto in un Paese come il nostro, è non solo triste, ma anche preoccupante, in un certo senso.

La trama temporale dell’album viene interrotta da “The Decemberists”, una sorta di flashback che narra la rivolta dei Decabristi contro lo Zar Nicola I nel 1825: perché hai inserito questo episodio storico in un contesto cronologicamente posteriore?

La sommossa organizzata dal movimento Decabrista rappresenta storicamente il primo tumulto rivoluzionario inteso nel senso moderno del termine, in grado di coinvolgere comuni cittadini, militari e intellettuali (su tutti Aleksandr Puškin) accomunati da obiettivi quali la realizzazione di un’economia liberale e l’abolizione dell’assolutismo zarista, dello stato di polizia e della censura, per cui non è azzardato teorizzare che senza quel tentativo di insurrezione non ci sarebbe stata la Rivoluzione del 1917, quindi non sarebbe nata l’Unione Sovietica e non avremmo mai avuto un’Armata Rossa impegnata nella Grande Guerra Patriottica. Da un certo punto di vista, il Decabrismo è stato l’inizio di tutto, ed è questo il significato che ho voluto sottolineare con questo brano.

Il rapporto dei Dark Lunacy con la Russia non si limita agli argomenti trattati nei dischi, ma si è concretizzato in numerose tournée in una terra che fino alla fine degli anni ’80 non aveva mai assistito ad un concerto Heavy Metal, un tabù infranto dagli Scorpions con ben dieci trionfali show a Leningrado nel 1988, in seguito al quale la Cortina di Ferro si alzò definitivamente l’anno successivo con il Moscow Peace Music Festival (Ozzy Osbourne, Bon Jovi, Mötley Crüe, Skid Row, Cinderella e, ovviamente, Scorpions) mettendo in moto una scena che oggi sta dando ottimi risultati. Ma come è suonare in quei luoghi? E qual è la condizione della scena Metal in Russia?

Diciamo che stanno diventando come noi, nel senso che - nonostante ci siano parecchi gruppi davvero validi - la passione del pubblico si sta progressivamente attenuando, con i concerti che anziché negli stadi o nei palazzetti vengono allestiti sempre più spesso nei club, i dischi che si vendono meno, l’attenzione per la scena che diminuisce… È una tendenza che evidentemente non interessa solo l’Italia (anche in Francia e Germania il trend è questo), ma della quale bisogna prendere atto. Per conto nostro, comunque, suonare in Russia è sempre un piacere, perché il fatto di cantare storie che fanno parte della loro tradizione ha contribuito a creare un forte legame con i fans, che sono coinvolti non solo dall’aspetto musicale del concerto.

Hai accennato alla situazione della scena Metal italiana ed europea: quale idea ti sei fatto riguardo a questa costante involuzione?

Le cause sono molte, ma a differenza di altri tenderei ad escludere come fattore scatenante la crisi economica, visto che questo fenomeno ha avuto inizio parecchi anni fa, e comunque i concerti con biglietti da più o meno 100 euro non vanno deserti… Penso che alla base di tutto ci sia la mancanza di quella “fame” che fino a circa la metà degli Anni ’90 era presente in tutti i fans del Metal e che, con la successiva maggiore comunicazione e l’enorme disponibilità di offerta musicale, è andata calando, portando in certi casi alla saturazione, all’impossibilità di prestare la dovuta attenzione ai componenti di una scena dalle dimensioni praticamente infinite. Ricorderai anche tu l’attesa spasmodica del disco che si ordinava al negozio di fiducia, la curiosità di ascoltare un gruppo sconosciuto, la voglia di vedere sul palco i propri idoli prestando però attenzione anche ai gruppi spalla, fra i quali si facevano scoperte a volte sorprendenti: bene, oggi tutto questo non accade più perché quell’attesa, quella curiosità, quella voglia non hanno più modo di esistere, perché il disco te lo scarichi in tempo reale, il gruppo sconosciuto lo scovi con un link ed il concerto te lo vedi su YouTube. Si tratta del lato negativo della tecnologia che ci consente di avere tutto subito, a cui aggiungerei poi un altro fattore piuttosto evidente.

Ovvero?

I concerti anche piuttosto costosi di cui parlavo, che sono comunque quasi sempre sold-out, vedono protagonisti gli stessi gruppi che erano al top 30 anni fa: Iron Maiden, Slayer, Black Sabbath, Metallica… Gli headliner sono gli stessi di allora, e ciò significa che il pubblico vuole andare sul sicuro, non vuole rischiare di spendere soldi per artisti che offrono meno “garanzie”, e questo atteggiamento si ripercuote su tutta la scena, perché non c’è più la ricerca della “sorpresa”, della nuova band, del nuovo suono. Non c’è più quella “fame” che, come dicevo, è stata annientata da una paradossale bulimia sonora per cui tutti possono fare un disco, ma alla fine pochi riescono ad ascoltarlo.

Certo, non è una grande immagine…

Ma è la realtà. Noi stessi, pur con il seguito che abbiamo in Europa, e particolarmente in Italia e in Russia, per registrare il DVD live siamo andati fino a Città del Messico, dove abbiamo suonato davanti a 2.500 persone, una cosa impossibile da realizzare qui da noi ma che in quei luoghi - dove quella “fame” è ancora grande - si può fare, e con ottimi risultati. Purtroppo la situazione resta questa, e bisogna farsene una ragione, magari sperando in un’inversione di tendenza che, comunque, non sembra molto probabile.

Quali saranno le manovre per promuovere “The Day Of Victory”, in termini di concerti?

Saremmo dovuti partire in questi giorni (l’intervista è stata realizzata a metà Maggio, ndr) per una serie di date in Russia ed Ucraina, ma la tesissima situazione politica che si è innescata ci avrebbe costretto a stravolgere il tour, rendendolo oltretutto estremamente complicato dal punto di vista logistico, quindi abbiamo rinviato tutto al prossimo autunno, quando inoltre - a fine Ottobre - faremo ritorno a Città del Messico, cercando nel frattempo di intensificare l’attività live anche in Italia, fermo restando che l’estate non ci vedrà con le mani in mano. Quindi tenete d’occhio il nostro sito www.darklunacy.com e la pagina Facebook Dark Lunacy, e venite ad ascoltarci, se ne avete occasione.

… e cala il silenzio.
Le fumanti rovine della Cancelleria simboleggiano la distruzione della Germania. Berlino, Dresda, Krefeld, Amburgo, Emmerich, Colonia, Kiel, Stoccarda… Un’intera Nazione rasa al suolo nel più grande conflitto a cui l’Umanità abbia mai assistito. Un intero Continente dilaniato da ferite che necessiteranno di decenni per essere risanate, e che in qualche caso non potranno mai rimarginarsi. I soldati vincitori si guardano stupiti, sopraffatti dall’improvvisa scomparsa degli spari, delle cannonate, delle esplosioni, ma allo stupore si sostituisce ben presto la gioia per la consapevolezza di ciò che è accaduto. L’Armata Rossa ha vinto.
La guerra è finita.
Questo sarebbe stato un finale perfetto dopo quasi sei anni di conflitto, ma in realtà il Novecento è diventato il “Secolo delle Guerre” proprio nei decenni seguenti la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, dapprima con situazioni pilotate da USA e URSS nell’ottica della Guerra Fredda e successivamente, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, ad esclusivo appannaggio degli americani e dei loro interessi, come avviene ancora oggi (se poi qualcuno vuole credere alle favole delle «missioni di pace» o degli «esportatori di democrazia» è libero di farlo, a patto però di credere anche a Babbo Natale e al wrestling…).
Purtroppo il bombardamento costante di informazioni ha aggravato la tendenza di molti popoli (quello italiano su tutti) a dimenticare il passato, a non volgere lo sguardo su ciò che è stato così da evitare di ripetere certi errori. Oggi la memoria storica è rapportata all’ultimo mp3 scaricato sull’iPod, i fatti e i personaggi importanti si cercano guardando Lucignolo e la Storia non si insegna più neppure a scuola. Ecco perché una scelta come quella dei Dark Lunacy è importante, perché all’aspetto musicale unisce una ricerca storica che coincide con un’analisi della natura umana e delle catastrofi da essa causate, una ricerca che è passione, che è sapere, che è cultura.
Che è Storia.

«Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre.»
Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5

Luca Morzenti
Nato e cresciuto a Milano quando ancora c’erano i telefoni a gettone, ma residente da tempo in provincia di Brescia, ha esplorato l’universo musicale in ogni suo remoto angolo, dapprima come spettatore e successivamente come musicista, fonico, tecnico luci, promoter e road manager, fino all’attuale ruolo di giornalista/reporter. Collabora con riviste locali e nazionali scrivendo - oltre che di musica - di sport, letteratura, tecnologia e attualità. Quando non scrive, legge (almeno due libri a settimana), si diletta come correttore di bozze di libri non sempre entusiasmanti, scrive testi per musicisti di (in)dubbio valore e guarda qualsiasi partita di hockey su ghiaccio riesca a trovare in tv o sul web.

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