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Mai come negli ultimi anni il termine «Metal» si è trovato legato al termine «Folk».
L’esplosione del Folk Metal, che ha determinato la nascita di innumerevoli formazioni dedite a questa particolare diramazione del ceppo Heavy, ha in pochi anni portato l’immaginario collettivo a sostituire borchie e catene con kilt e corni ricolmi di idromele, alimentando un circuito in costante espansione che - come inevitabilmente accade in questi casi - ha visto gli artisti capostipiti del genere tenersi a galla in un oceano di nuovi gruppi, molti dei quali a dire il vero non proprio degni di nota (l’utilità degli eufemismi…, ndr). Ma i forti sopravvivono e, dopo anni di ripetuti assalti, i baluardi dell’incontro fra musica estrema e tradizione millenaria resistono ancora, mantenendo alla dovuta distanza coloro che li hanno seguiti in un’avventura iniziata più o meno un ventennio fa con passione, incoscienza e tanto coraggio.
Gli irlandesi Cruachan fanno parte di questo ristretto gruppo di artisti, e il vostro scrivano li ha incontrati nel pomeriggio precedente la loro trionfale esibizione alla quinta edizione del Fosch Fest di Bagnatica.



Quando avete iniziato a proporre la vostra musica, quello che oggi chiamiamo «Folk Metal» non esisteva ancora, o almeno non si era ancora definito come una vera e propria corrente musicale: come avete vissuto lo svilupparsi di questo genere, fra l’altro splendidamente rappresentato in questo festival?

Quando abbiamo iniziato con il progetto chiamato Minas Tirith proponevamo un Doom/Death che faceva affiorare alcuni elementi che in futuro sarebbero stati definiti «Folk», ma la svolta arrivò nel 1991 con l’uscita del primo album degli Skycklad (la band fondata da Martin Walkyer, già alla guida degli indimenticabili Sabbat, ndr), la formazione che prima di qualunque altra ha contribuito a diffondere un certo tipo di sonorità in Europa, insieme ai tedeschi In Extremo: penso che ciò che ora chiamiamo Folk Metal sia nato allora, e da allora è cresciuto fino a raggiungere le dimensioni di un vero e proprio genere, con tutte le sue sfumature, le sue ortodossie e le sue derivazioni.

Siete considerati fra i “padri” del Folk Metal: non avete mai sentito il peso di questa responsabilità?

Direi di no. Certo, quando abbiamo iniziato a suonare, ormai 21 anni fa, non avremmo mai potuto immaginare quanto ci è successo dopo: la speranza di farcela è comune a chiunque si avvicini alla musica coltivando qualche ambizione, ma arrivare al sesto disco, poter contare su fans affezionati ed avere la possibilità di suonare su palchi importanti come questo ci gratifica immensamente. L’essere annoverati fra i capostipiti di un genere, poi, non può far altro che onorarci e farci piacere, ma forse il non aver mai preso troppo sul serio questa cosa ci ha aiutati ad evitare eventuali “pesi” da portare.

Fissando idealmente la nascita (o almeno il primo embrione) del genere Folk nel 1991, possiamo osservare la crescita del movimento, che oggi è arrivato a costituire una parte importante del panorama Metal mondiale: alla luce di questa grande diffusione, estremamente accelerata negli ultimi anni, non pensate che il Folk Metal possa da qualcuno essere considerato semplicemente una moda da seguire?

Quando un fenomeno assume dimensioni considerevoli è inevitabile che in parecchi vi si accodino, e non si può nascondere che oggi molti gruppi alle prime armi cerchino di inserire un flauto o una cornamusa per “suonare” Folk (oppure scegliere una cantante lirica per fare il verso a Nightwish, Epica e simili, ndr). Resta però il fatto che una certa “selezione naturale” esiste ancora, quindi ad andare avanti il più delle volte sono gli artisti che lo meritano, che hanno capacità ma soprattutto idee ed onestà, perché - come dicevamo - suonare Folk significa suonare la propria tradizione, la propria storia.

Mentre per quanto riguarda i detrattori di queste sonorità, che considerano il Folk poco attinente al Metal?

Guarda, se analizziamo attentamente le basi dell’Heavy Metal, possiamo scoprire similarità con il Folk - inteso come tradizione - davvero sorprendenti. Prova ad esempio ad ascoltare il riff di apertura di “The Trooper” degli Iron Maiden: ebbene, suonato da un violino si trasforma in una giga che più Folk non si può, quindi anche senza volerlo certi elementi sono sempre stati presenti nel Metal, anche quando le cornamuse, i kilt o i testi in lingue originali non erano nemmeno immaginabili in questo ambiente. La musica si evolve, ma i legami con la tradizione restano: poi alcuni artisti puntano sulla loro riscoperta e sulla loro valorizzazione, e altri no, ma certi elementi sono comunque presenti.

Venite dall’Irlanda, una terra che ha regalato al mondo artisti quali U2, Thin Lizzy, Primordial, Cranberries, The Corrs… Di fronte ad un assortimento di generi così ampio, qual è la situazione del Metal nella vostra isola?

C’è un buon movimento, con molte giovani band che cercano di farsi largo mantenendo però il giusto spirito, ovvero collaborando e sostenendosi reciprocamente, quindi penso che non sia azzardato sottolineare l’esistenza di una vera e propria “scena” in Irlanda.

Cosa vi aspettate da questa data italiana?

Siamo ovviamente felici di essere qui, ospiti di un festival importante organizzato alla perfezione da ragazzi capaci e simpatici, e non vediamo l’ora di suonare davanti al pubblico italiano: sarà una grande serata!


…e lo è stata davvero.
Nonostante il tempo poco propizio i Cruachan hanno offerto uno spettacolo all’altezza della loro fama, e mai come in questo caso il termine «co-headliner» ha definito il loro ruolo nel bill che vedeva al primo posto gli scozzesi Alestorm. Anzi, a dimostrazione dell’affetto da parte del loro pubblico, durante la mezz’ora di autentico uragano scatenatosi su Bagnatica (fortunatamente durante la pausa che precede l’esibizione dei gruppi di punta) un manipolo di circa duecento coraggiosi stazionava tenacemente di fronte alle transenne, mentre tutti gli altri spettatori erano sotto le tensostrutture per cenare o semplicemente ripararsi dalla pioggia.
Narrare le storie della propria terra, valorizzare gli strumenti che ne hanno costruito la musica, riscoprire le tradizioni del proprio popolo: si potrebbe spiegare così il significato profondo del Folk Metal. I Cruachan lo fanno da molto tempo, pionieri di un genere senza ancora la consapevolezza che lo sarebbe diventato, ma sempre con l’onestà e la coerenza che rappresentano la reale differenza fra chi c’è per restare e chi è solo di passaggio, e con le radici ben salde sull’isola d’Irlanda.

Truatha na Gael. Cruachan.

Luca Morzenti
Nato e cresciuto a Milano quando ancora c’erano i telefoni a gettone, ma residente da tempo in provincia di Brescia, ha esplorato l’universo musicale in ogni suo remoto angolo, dapprima come spettatore e successivamente come musicista, fonico, tecnico luci, promoter e road manager, fino all’attuale ruolo di giornalista/reporter. Collabora con riviste locali e nazionali scrivendo - oltre che di musica - di sport, letteratura, tecnologia e attualità. Quando non scrive, legge (almeno due libri a settimana), si diletta come correttore di bozze di libri non sempre entusiasmanti, scrive testi per musicisti di (in)dubbio valore e guarda qualsiasi partita di hockey su ghiaccio riesca a trovare in tv o sul web.