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Al momento dell’esplosione a livello planetario del fenomeno Thrash Metal, nella prima metà degli Anni ’80, probabilmente nessuno poteva prevedere che questo genere avrebbe rappresentato la base da cui sarebbero scaturite tutte le future incarnazioni del Metal estremo, a cominciare dal Death fino alle recenti connotazioni Post-Qualsiasicosa. Anche l’Italia fece la sua parte, almeno fino ai primi anni ’90, proponendo band talvolta formidabili e spesso sottovalutate (almeno in patria), offrendo un panorama ampio e variegato su cui svettavano gli ancora oggi inarrivabili Bulldozer (…perché “Neurodeliri” è un capolavoro. Punto.), e bisogna riconoscere che, nonostante gli italici musicisti abbiano esplorato nel tempo altre strade (non sempre con esiti trionfali, a dire il vero), il Thrash è forse l’unica corrente ad essere sempre rimasta più o meno presente nelle proposte riconducibili a certe sonorità, magari un po’ nascosta, ma sempre in qualche modo evocata, in qualche occasione anche con un discreto successo.

A trentadue anni da “Kill ’em All”, ventinove da “Reign In Blood” e ventitré da “Vulgar Display Of Power” (giusto per dare qualche riferimento musical-cronologico), l’Italia propone al mondo una nuova creatura musicale che affonda le sue radici nel Thrash d’annata, offrendo però frutti dal sapore moderno, senza sgradevoli retrogusti nostalgici ma con un aroma di tradizione: stiamo parlando degli Unredeemed, ovvero Emilio Cornaglia (chitarre), Roberto Giuliano (chitarre), Federico Pennazzato (batteria), Giovanni Matteo Gliozzo (voce) e Glenn Strange (basso), gli ultimi due protagonisti dell’intervista che leggerete qui sotto, realizzata circa un mese fa con una lunga e piacevolissima telefonata pomeridiana.

Come nasce il progetto Unredeemed?

GS - Pur non abitando nello stesso luogo (noi due siamo di Livorno, mentre gli altri tre sono di Alessandria), in forme diverse avevamo già avuto occasione di suonare insieme, o quantomeno di collaborare, finché abbiamo iniziato a lavorare attorno a materiale che ognuno aveva “ereditato” dalle precedenti esperienze: da lì è iniziato il cammino che ci ha portati ai brani contenuti in “Amygdala”.

Dai credits nel libretto, emerge subito il nome di Mike Spreitzer, storico chitarrista dei Devildriver, che si è occupato del mastering: in che modo siete arrivati a questa collaborazione?

GMG - Il primo incontro risale al 2012, nel backstage di un concerto, ma quando si è trattato di scegliere questa figura nella produzione dell’album abbiamo ripristinato il contatto, e Mike si è dimostrato entusiasta del progetto, con i risultati che si possono ascoltare.

Riconosco che, con una simile premessa, mi ero preparato ad un prodotto orientato nella direzione della band californiana: invece “Amygdala” offre una grande varietà di toni, risultando articolato e pieno di spunti interessanti.

GMG - Pur mantenendo certe coordinate, abbiamo voluto evitare di confezionare un album che rischiasse di risultare monotono, squadrato, privo di colori: amo un certo tipo di Thrash, ma pur adorando i Pantera - ad esempio - non avrebbe avuto senso registrare un disco appiattito su quelle posizioni, senza personalità, e penso che il risultato sia un lavoro equilibrato nei contenuti e in grado di offrire situazioni diverse nei vari brani.

L’altra importante collaborazione in cui ci si imbatte - anche se sarebbe più corretto parlare di «partecipazione» - è quella con Steve Sylvester…

GS - Avere Steve sul disco è stato un onore, perché si tratta di un gigante della scena musicale. Suono con lui ormai da parecchi anni, ma è stato grande avere il suo contributo a questo progetto, in un brano praticamente perfetto per esaltare la sua interpretazione. Non si tratta comunque dell’unico featuring, perché in studio abbiamo ospitato anche Papa Satana dei GoddoG, nella traccia intitolata “New World (Dis)Order”.

Qual è l’origine del titolo dell’album?

GMG - I testi trattano temi piuttosto ampi, spaziando dal sociale fino a riferimenti personali, ma più che sintetizzare particolari “messaggi” (tantomeno politici!) volevo dare risalto alle sensazioni suscitate dai ricordi, dalle emozioni che la memoria riesce a generare, e una di queste è la paura, che nel cervello umano (come e più delle altre emozioni) è gestita dalla parte chiamata «amigdala»: da qui, il titolo.

Negli Ultimi anni il Metal italiano si è focalizzato principalmente su generi quali il Folk e il Power (quest’ultimo allacciato anche a Symphonic e Gothic): come pensate potrà inserirsi in quest’ambito una proposta come la vostra?

GS - Fondamentalmente non abbiamo realizzato l’album pensando al mercato, ma perché crediamo nei nostri pezzi e perché ci piace suonare questo genere di musica. Se poi vogliamo analizzare la scena italiana, posso dirti che - almeno in base alla mia esperienza - non mi sono mai imbattuto in una proposta come la nostra; piuttosto, il dubbio che potrebbe nascere è se sarà l’Italia ad essere pronta per questo tipo di proposta!

Visto che siamo sul discorso, come giudicate la scena Metal italiana, oggi?

GS - Se paragoniamo la situazione con quella esistente anche solo vent’anni fa è impossibile non accorgersi dei passi da gigante che sono stati fatti dal punto di vista della comunicazione, delle opportunità di suonare o del numero e della qualità dei gruppi in circolazione; eppure, a fronte di tutte questi progressi, alcuni problemi sono rimasti irrisolti, e in certi casi sono addirittura peggiorati.
GMG - In primo luogo occorre riconoscere che manca una certa cultura musicale, intesa come apertura mentale verso qualsiasi tipo di genere, a prescindere da quello che si preferisce: se mi imbatto in un brano di Aretha Franklin, per fare un esempio, lo ascolto, perché è sempre possibile trovare qualche spunto interessante, soprattutto da artisti di quel livello; ma questo non è un comportamento diffuso, e purtroppo le conseguenze si ripercuotono anche sui musicisti che provano ad emergere, quasi sempre ignorati da un pubblico che preferisce andare a vedere i soliti noti anziché un artista emergente ma poco conosciuto, impedendo quel ricambio generazionale che è sempre più indispensabile, perché Maiden, AC/DC e Metallica non sono eterni. E se oltre a questo consideriamo l’atteggiamento dello spettatore italiano medio quando va a vedere un concerto, si capisce perché è un po’ azzardato parlare di «scena».

A cosa ti riferisci?

GMG - A differenza di quanto accade all’estero, l’italiano “medio” - citando Maccio Capatonda - non va a un concerto per ascoltare musica, o bersi qualche birra, o conoscere gente nuova: l’italiano “medio” va a un concerto principalmente per criticare, facendo le pulci a chi sta sul palco, e ancor più lo fa se è lui stesso un musicista; ma non è in questo modo che si contribuisce a creare o rafforzare una scena, specie se in molti aspetti già limitata rispetto a quelle di altri paesi.
GS - Un altro enorme limite è la pretesa che tutto sia dovuto, che tutto sia gratis, dando innesco a un meccanismo per cui i promoter rinunciano a organizzare eventi ed i gestori smettono di proporre musica nei locali (se non addirittura a chiuderli), senza calcolare che in questo modo è inevitabile che il livello degli artisti in circolazione si abbassi. E la cosa davvero poco piacevole è il riscontrare che all’estero l’atteggiamento è molto diverso da parte di tutti i soggetti coinvolti, siano essi musicisti, addetti ai lavori o spettatori.

Quindi questi problemi riguardano solo l’Italia?

GS - L’Italia è un caso limite, ma che tutta l’industria musicale - perché di industria si tratta, che lo si voglia ammettere o meno - stia attraversando un periodo di profonda crisi almeno dalla metà degli anni ’90 è un dato di fatto, e sono stati diversi i fattori che hanno determinato questo declino, dall’esplosione della musica digitale o di YouTube fino al mancato ricambio generazionale, cambiamenti che non sono stati affrontati nel modo giusto e che hanno portato a peggiorare la situazione, e sotto certi aspetti a pagarne le conseguenze sono stati soprattutto i musicisti: i dischi non si vendono più, e ormai fare un disco è solo una scusa per poter andare in tour, perché è solo con i concerti che si può sperare di sopravvivere; ma la gente che va ai concerti è sempre meno, mentre le spese per un tour o una singola data restano invariate, quindi i promoter organizzano sempre meno eventi e si ritorna nel circolo vizioso di cui parlavamo prima.
GMG - Da qualunque lato la si tiri, la coperta resta sempre corta, e a questo si è aggiunta una esasperata “mercificazione” della musica, che fra le varie conseguenze ha fatto svanire anche il lato romantico di un concerto, per cui se prima bisognava stare aggrappati ad una rete per ore solo per poter intravedere i propri idoli, oggi basta pagare e si partecipa ad un meet’n’greet con tanto di foto (o selfie…), e anche questi piccoli aspetti contribuiscono a rendere tutto più distante da quella “passione” che invece dovrebbe animare ogni aspetto di una scena musicale.

Esistono soluzioni per uscire da questa situazione, secondo voi?

GS - Penso che alla base di tutto debba esserci fiducia negli artisti che cercano di emergere, una fiducia che deve essere data tanto dagli addetti ai lavori quanto dal pubblico, senza comunque dimenticare i musicisti, che troppo spesso si perdono in guerre fra poveri inutili quanto dannose, anziché muoversi uniti. Solo partendo da questo presupposto si può iniziare a cambiare qualcosa.

Concluderei andando sul classico, ovvero chiedendovi quali saranno le prossime mosse degli Unredeemed?

GS - Ovviamente, suonare! Ci sono diversi eventi in fase di definizione e di conferma, e ci auguriamo una stagione piena di concerti, perché siamo orgogliosi del nostro disco e vogliamo portarlo sul maggior numero di palchi possibile.
GMG - Per il momento possiamo confermare le date più imminenti, che saranno il 27 Marzo al Mephisto di Lu Monferrato (AL) e 18 Aprile al Cycle di Calenzano (FI), in cui supporteremo gli Extrema; per tenersi aggiornati si possono comunque visitare la nostra pagina Facebook o i siti unredeemed.it e reverbnation.com/unredeemed.

Considerata la lunghezza dell’articolo, non avevo programmato di inserire una chiusa. Ma visto che durante gli ultimi ritocchi prima della pubblicazione mi sono imbattuto nella scaletta del Metalitalia, programmato al Live di Trezzo sull’Adda il prossimo 30 Maggio, mi chiedo: con l’impostazione decisamente Thrash-oriented del festival, dove sono gli Unredeemed? Non per fare il paraculo, ma ci sarebbero stati benissimo... E se non credete a me, fidatevi di loro; e ascoltate questo disco.
Anzi, assaggiatelo.

Luca Morzenti
Nato e cresciuto a Milano quando ancora c’erano i telefoni a gettone, ma residente da tempo in provincia di Brescia, ha esplorato l’universo musicale in ogni suo remoto angolo, dapprima come spettatore e successivamente come musicista, fonico, tecnico luci, promoter e road manager, fino all’attuale ruolo di giornalista/reporter. Collabora con riviste locali e nazionali scrivendo - oltre che di musica - di sport, letteratura, tecnologia e attualità. Quando non scrive, legge (almeno due libri a settimana), si diletta come correttore di bozze di libri non sempre entusiasmanti, scrive testi per musicisti di (in)dubbio valore e guarda qualsiasi partita di hockey su ghiaccio riesca a trovare in tv o sul web.