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Correva l’anno 2008 quando ho intervistato per la prima volta i Folkstone, allora giovane band che cercava di farsi largo nell’affollatissimo panorama Metal con una proposta molto personale, che poteva piacere o non piacere, ma che certo non passava inosservata. Sono passati più di sei anni, e con loro sono arrivati dischi, concerti, affermazione, successo, in Italia e in Europa, tanto che il gruppo orobico si è insediato di diritto ai vertici dell’ormai sconfinato universo Folk Metal/Rock. A pochi giorni di distanza dalla pubblicazione del quarto album in studio (a cui vanno aggiunti una raccolta di brani acustici e un magnifico dvd live) ho incontrato telefonicamente l’insostituibile Roby, che insieme a Lore, Teo e Andreas compone il nucleo riconducibile alla formazione originale, e che mi ha aiutato a scoprire i segreti del nuovo album, intitolato “Oltre… L’Abisso”.

Iniziamo dalla copertina, ancora una volta opera di Jacopo Berlendis: quali significati nasconde?

Abbiamo sempre puntato su copertine che fossero autoironiche, a volte sarcastiche, e penso che il raffigurarci mentre assistiamo alla nostra stessa esecuzione (che al tempo stesso è anche una non-esecuzione) sia un buon esempio di questo spirito! Chiaramente, dietro ad ogni cosa c’è sempre almeno un significato, ed in questo caso la copertina può rappresentare la volontà di guardare la vita da differenti punti di vista, da prospettive diverse, per cogliere aspetti che magari sono più sfuggenti; al tempo stesso, però, l’immagine si potrebbe interpretare come il ribadire di essere più forti delle difficoltà che ci colpiscono, visto che i “condannati” sono comunque tutti ancora vivi (la non-esecuzione, appunto).

Oltre ad una generale diminuzione della lunghezza dei capelli (non sempre per scelta, immagino, ma ne so qualcosa…), il cambiamento più evidente rispetto al precedente album è l’allargamento della line-up a nove elementi con l’ingresso di Luca alla chitarra: è stato un fatto recente o anche lui ha partecipato alla scrittura del disco?

Luca è con noi da circa un anno e mezzo, ed ha contribuito attivamente alla fase di scrittura: gli avvicendamenti nella formazione per noi non sono una novità, ma Luca si è inserito subito e perfettamente nei meccanismi dei Folkstone.

Il primo ascolto dell’album lascia piuttosto spiazzati, perché ad una splendida opener dal carattere molto Metal seguono due brani che, con un approccio vocale differente, potrebbero il primo entrare in un certo tipo di circuiti radiofonici (“Prua Contro Il Nulla”) e il secondo addirittura richiamare sonorità influenzate da gruppi come Linkin Park o Evanescence (“La Tredicesima Ora”): avete sempre sperimentato, evitando di fossilizzarvi su cliché sicuramente più comodi e redditizi, ma non pensate che una simile varietà (che interessa tutto l’album) possa disorientare il pubblico?

Soprattutto in questo disco ogni canzone ha un suo particolare significato e, proprio come per gli altri  lavori, l’album rispecchia ciò che sono i Folkstone in questo momento non solo come gruppo, ma anche come persone, ognuna con la sua storia, le sue esperienze, il suo percorso… Certo, a qualcuno queste scelte potrebbero non piacere, o apparire come azzardate (ma un po’ di sana incoscienza non fa mai male…), e già con l’uscita de “Il Confine” abbiamo registrato critiche in questo senso, ma partiamo dal presupposto che un musicista non può ridursi a suonare la stessa canzone per tutta la vita, oltre al fatto che alla crescita artistica si aggiunge la consapevolezza che non potremmo mai suonare musica che non ci piace.

Arriviamo ad un’altra delle caratteristiche dei vostri dischi, ovvero la cover. Fermo restando che non sono mai stato un grande estimatore dei Litfiba (almeno da dopo “17 Re”), il passaggio da Angelo Branduardi a Piero Pelù rappresenta un considerevole balzo stilistico: perché avete scelto di inserire “Tex” nella tracklist?

Non è la prima volta che inseriamo nell’album la cover proposta durante i concerti del tour precedente, e in questo caso si è trattato di “Tex”. La scelta è caduta sui Litfiba innanzitutto perché - comunque la si voglia vedere - sono un gruppo che ha fatto la storia del Rock in Italia, ma anche perché la loro musica ci è sempre piaciuta, li seguiamo da tempo, e inoltre il testo di questo brano è in linea con le tematiche che trattiamo nei nostri pezzi.

Nonostante il passare degli anni, non avete mai pensato di abbandonare il cantato in italiano, magari a favore dell’inglese che è sicuramente più adatto a certe sonorità. Anzi, questa caratteristica rappresenta il vostro punto di forza, quindi è legittimo chiedersi: qual è il segreto dietro a questa formula?

I nostri testi sono attuali, rispecchiano la realtà, a volte sono molto personali, quindi sarebbe impossibile esprimere certe sfumature senza avere una totale padronanza della lingua: per questo continuiamo ad utilizzare l’italiano, la nostra lingua madre, che oltretutto è bellissima e ci permette di instaurare un rapporto molto più profondo con il nostro pubblico.

In Italia, senz’altro: ma come è presa questa vostra particolarità quando vi esibite all’estero?

Provoca sempre un certo stupore, perché fra le varie lingue utilizzate in ambito Metal quella italiana è una delle più rare, ma le reazioni sono state sempre positive. Alla peggio, funziona proprio come in qualsiasi alta parte del mondo, quando chi non conosce la lingua segue la linea della voce come fosse uno strumento, salvo poi andare a cercarsi le traduzioni dei testi!

Anche per “Oltre… L’Abisso” avete scelto di autoprodurvi (sempre con Yonathan Rukhman in cabina di regia), mantenendo la condizione di completa indipendenza sancita con “Il Confine”: a distanza di tempo, come giudicate questa scelta?

È stata la cosa migliore che potessimo fare. In questo modo abbiamo il controllo totale su tutto quanto riguarda la nostra attività, dalla musica al merchandising, senza imposizioni per quanto riguarda le scelte musicali, senza condizionamenti sulle tempistiche, senza pressioni quando occorre prendere una decisione… Potremmo dire che si è trattato di una scelta “di libertà”, e in effetti siamo completamente liberi nel proseguire il nostro percorso artistico.

Tornando al disco, avete compiuto scelte particolari anche nella selezione degli ospiti, che sono Fidel Fogaroli (ricorderete i Verdena, spero; ndr) e Chris Dennis (storico violinista dei Nomadi), due personaggi parecchio lontani dal Metal…

Siamo sempre stati piuttosto distanti da quella “ortodossia” che caratterizza certi ambienti musicali, non ultimo il Metal, quindi non ci è sembrato strano andare in questa direzione. Conoscevamo già Fidel, anche solo per motivi “geografici”, mentre i Nomadi fanno parte di quei gruppi con la cui musica siamo cresciuti, ai quali inoltre abbiamo dedicato una cover in passato, quindi è stato un piacere ospitare questi due musicisti, anche per una certa linea di pensiero che ci accomuna.

Siete fra i gruppi che hanno contribuito in maniera fondamentale alla crescita (se non addirittura alla nascita) del Folk Metal in Italia. La sua affermazione ha inevitabilmente prodotto un trend che purtroppo è degenerato in moda, e nel corso degli anni la sua definizione ha decisamente perso il significato originale, tanto che nel calderone finiscono artisti che di “Metal” non hanno quasi nulla (e talvolta neanche di “Folk”), ma a sorprendere più di tutto è la durata di questo fenomeno, che anzi sembra essere ancora in crescita: secondo te, a cosa è dovuta questa longevità?

È logico che da un genere che trova un’ampia diffusione nasca una “moda”, da cui però si possono originare nuove forme artistiche. Noi stessi definiamo oggi la nostra musica «Medieval Rock» proprio perché le sue caratteristiche attuali sono lontane dal puro concetto di «Folk Metal». Sulla durata del genere, invece, penso che sia la sua stessa natura a renderlo sempre vivace, dinamico, perché quello spirito un po’ festaiolo che lo contraddistingue non può stancare, o almeno lo fa molto meno che altre situazioni meno allegre e “positive” nelle tematiche e nelle sonorità.

Ultima ma fondamentale domanda: quando sarà disponibile “Oltre… L’Abisso”?

La data di uscita è fissata in lunedì 3 Novembre, mentre la presentazione ufficiale sarà venerdì 21 al Live Club di Trezzo sull’Adda. Abbiamo però in programma una data per il 2 Novembre all’Halloween Fest di Osoppo, in provincia di Udine, dove non eseguiremo i nuovi pezzi ma saranno comunque a disposizione le copie dell’album.

Sono molti i messaggi che si possono ricevere ascoltando “Oltre… L’Abisso”, e ognuno li interpreterà secondo il proprio punto di vista. La cosa certa è che i Folkstone hanno compiuto l’ennesimo passo (pesante?) lungo il sentiero imboccato anni fa con il demo “Briganti Di Montagna”, un sentiero che li ha portati lontano, forse addirittura in territori che non si sarebbero aspettati di esplorare, ma senza mai rallentare il proprio cammino, guardando sempre avanti, inarrestabili, inesorabilmente in movimento, quasi condannati a spostare il proprio confine sempre un po’ più in là, senza timore di spingersi oltre quell’abisso che non sembra averli mai spaventati. E che ormai è alle spalle.

Luca Morzenti
Nato e cresciuto a Milano quando ancora c’erano i telefoni a gettone, ma residente da tempo in provincia di Brescia, ha esplorato l’universo musicale in ogni suo remoto angolo, dapprima come spettatore e successivamente come musicista, fonico, tecnico luci, promoter e road manager, fino all’attuale ruolo di giornalista/reporter. Collabora con riviste locali e nazionali scrivendo - oltre che di musica - di sport, letteratura, tecnologia e attualità. Quando non scrive, legge (almeno due libri a settimana), si diletta come correttore di bozze di libri non sempre entusiasmanti, scrive testi per musicisti di (in)dubbio valore e guarda qualsiasi partita di hockey su ghiaccio riesca a trovare in tv o sul web.