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Ho conosciuto gli svedesi Opeth nel 1996 acquistando il loro secondo album, Morningrise. La band guidata dal geniale Mikael Åkerfeldt era un’anomalia nel panorama metal, e quel disco lo mostrava chiaramente: cinque grandiose canzoni - la più breve di 10 minuti, la più lunga di oltre 20 - che contenevano di tutto: cantato growl e clean, cavalcate elettriche e stacchi acustici, furiosi passaggi in doppia cassa e momenti soffusi… Insomma, amore al primo ascolto, un sentimento mai venuto meno e che mi ha permesso di godere della continua evoluzione sonora e compositiva del gruppo, che dopo 9 studio album, 3 live (immenso il triplo registrato alla Royal Albert Hall nel 2010) e il consueto corollario di singoli, compilation e dvd, nel 2011 ha deciso di cambiare strada, puntando con decisione verso gli sconfinati oceani sonori del puro progressive rock anni ‘70. Questo nuovo percorso è giunto al terzo album (intitolato Sorceress e pubblicato poco più di un mese fa), il cui tour promozionale ha toccato l’Italia per un solo concerto, organizzato lo scorso 14 novembre all’Alcatraz di Milano e prima del quale la nostra rivista (grazie al tramite dell’immancabile Pamela, per conto dell’agenzia KezzMe Ltd.) ha potuto incontrare Fredrik Åkesson, chitarrista di una delle band più affascinanti degli ultimi vent’anni.

Parole: Andrea Frigerio - Musica: Luca Morzenti

Iniziamo con la domanda di rito sul nuovo album: quali sono le caratteristiche che mettono Sorceress in risalto rispetto al resto della vostra discografia?

In un certo senso è qualcosa che deve giudicare l’ascoltatore: noi proviamo a fare qualcosa che ci piaccia veramente, ma le canzoni siano molto diverse fra loro. Credo che questo album abbia buoni giri melodici e alcuni pezzi veramente tosti. Persino mia figlia di 3 anni apprezza alcuni brani! In quei momenti ti viene naturale pensare: «Wow, questa canzone potrebbe essere una hit». È comunque un album molto cupo, certe canzoni sono forse tra le più pesanti che abbiamo mai scritto dal punto di vista puramente chitarristico. In fondo sono un chitarrista, mi piace quando spingiamo tanto sulle chitarre ed è proprio quello che abbiamo fatto su alcuni dei nuovi brani. Anche la batteria è più… imponente!

In pratica, un album che si può inserire nella «fase prog» degli Opeth, ma con un suono diverso, più pesante?

Sì, possiamo dire che sia in qualche modo collegato a Heritage e Pale Communion: in genere finiamo col fare album che possono essere idealmente raggruppati in gruppi da tre, ma non sappiamo cosa ci attende in futuro.

C’è una domanda che tengo molto a farti: ho letto che ascoltate progressive italiano e la vostra canzone intitolata Goblin

…sì, era un tributo ai Goblin!

Era proprio la conferma che stavo cercando! Ma, nei vostri ascolti, ci sono altre band italiane appartenenti a quella specifica scena che apprezzate particolarmente?

Ascoltiamo tantissimo i Goblin. Io li ho conosciuti da giovane, guardando i film di Dario Argento, mentre Mikael invece… Mikael è il «collezionista estremo» del gruppo e mi fa ascoltare un sacco di roba, come ad esempio i Museo Rosenbach. Io avevo comprato un altro album di prog italiano nel Regno Unito… PFM? Può essere?

Sì, forse la prog band italiana più celebre.

Un altro artista italiano che mi ha influenzato molto è Niccolò Paganini. Quando ero più giovane volevo imparare il Capriccio n.16 e alcuni altre sue composizioni, come il Moto Perpetuo, molto lungo e difficile da ricordare; le studiavo con un amico quando avevo 16 anni, e ancora adesso alcune cose che scrivo sono influenzate da Paganini. Per me il suo stile è molto «chitarristico», sono un suo grande fan.

In effetti lo stile di Paganini si può trovare ancora oggi in molti brani, quando il compositore vuole dare una sorta di «feel» neoclassico alla canzone…

Esattamente, anche se Paganini è ovviamente molto «classico», e alcune frasi delle sue partiture sono veramente difficili da eseguire. Ma io provo sempre a suonarne qualche parte prima di ogni show, come riscaldamento: fa bene alle dita e alla coordinazione.

Dopo la svolta progressive di Heritage vi siete ritrovati in una situazione in cui una parte del vostro pubblico ha manifestato entusiasmo per questo cambiamento, mentre un’altra continua a preferire i vostri vecchi album: come vivete questa divisione tra i vostri ammiratori?

È complicato. Personalmente posso dirti che a noi piacciono entrambe le fasi della band, e chi viene a vederci dal vivo solo per i vecchi brani tornerà a casa felice, dato che abbiamo una scaletta abbastanza varia e con canzoni prese da un po’ tutta la nostra discografia, con almeno il 60% dei brani scelti fra i più vecchi, con growl e tutto il resto. Ritengo sia molto importante per Mikael che il suo songwriting non inaridisca o che finisca col ripetersi, in quanto compositore principale del gruppo. Sono dell’opinione che lui abbia portato un certo stile all’apice, per poi metterlo da parte e concentrarsi per un po’ su qualcos’altro. Ma in futuro, chissà… Amiamo ancora quell’epoca, è una parte importante della band. Ma le nuove canzoni sono sempre canzoni degli Opeth, per quanto differenti possano essere. Anzi, sembra che alcuni fans si siano «aperti» un po’ di più, scoprendo nuova musica, nuove band… Ovviamente le lamentele ci sono sempre, ma se l’album nuovo non ti piace puoi sempre riascoltare quelli vecchi! Anche se in Sorceress si possono trovare rimandi ai primi dischi.

Hai anticipato la mia prossima domanda: pensi che ci siano dei collegamenti tra gli Opeth attuali e quelli di Orchid e Morningrise?

Mikael ascoltava prog rock anche all’epoca, gruppi come Wishborne Ash, King Crimson e roba simile… Sì, penso ci sia ancora un collegamento, almeno per quanto riguarda alcune delle nuove canzoni. Altre sono molto differenti da quello che abbiamo fatto in passato, ma il punto è proprio questo: stiamo cercando di fare sempre qualcosa di diverso. Ad esempio, Era è un brano decisamente progressive, mentre l’album, nel complesso, è diverso, più «massive rock».

Domanda fuori tema. Tu hai suonato con molte band importanti della scena metal, come Arch Enemy, Entombed, Tiamat, Talisman, e…

Krux.

Appunto. Visto che sei un membro stabile anche di questa band, e che l’ultimo album è stato pubblicato ormai 5 anni fa, puoi dirmi qualcosa su un ritorno della band, magari con il seguito di He Who Lives Among The Stars?

La nostra idea era di fare giusto due o tre album sotto il monicker Krux e niente di più (ride, ndr). Non ci siamo posti alcun limite, ma il problema è che il cantante, Mats Levén, è tornato con i Candlemass, quindi per lui equivarrebbe a cantare in due gruppi che fanno praticamente la stessa cosa! I Krux sono troppo simili ai Candlemass, dato che Leif (Edling, ndr) ha creato entrambi i gruppi. Inoltre è complicato organizzare un tour incastrando le esigenze di tutti, soprattutto ora che Leif è impegnato, oltre che con gli Avatarium, anche con una nuova band, The Doomsday Kingdom, insieme al cantante dei Wolf. Insomma, tendo più a vedere i Krux come un side project. Per quanto mi riguarda, potrei provare a fare qualcosa per conto mio, quando avrò un po’ di tempo libero. Un album chitarristico, magari, ma non ne sono sicuro al 100%; forse anche con del cantato… Ho molte idee da parte, devo raccoglierle e vedere se ne posso trarre qualcosa di interessante. Potrebbe essere un album con delle parti doom, altre parti veloci, altre più progressive…  Ciò è dovuto anche al fatto che ho passato molto tempo con Mikael, e questo ha cambiato il modo in cui scrivo i riff e in cui concepisco la musica. Non penso più che la canzone debba essere strutturata per forza nell’ordine «strofa-ritornello-strofa-ritornello» e così via: l’importante è che tutto questo abbia senso per chi ascolta e che non sia un esercizio fine a sé stesso, tipo «Hey guardatemi! Sto suonando un riff difficilissimo!» È qualcosa che odio.

Ti capisco benissimo: anche io ero attratto dai chitarristi superveloci, ma crescendo - e ascoltando band come gli Opeth - mi sono reso conto di come alcune canzoni sembrino facili solo in apparenza perché prive di virtuosismi fini a sé stessi, mentre in realtà suonandole ci si rende conto di quanti dettagli complicati siano presenti. Voi date la priorità all’atmosfera e al mood della canzone senza renderla un esercizio ginnico, e ritengo sia questo uno dei vostri pregi maggiori, mentre dei virtuosi di cui parlavo dopo un po’ tempo ci si stanca…

Sì, ci si «sazia» molto velocemente! Vedi, anche io ho la possibilità di fare degli assoli, ma ovviamente senza esagerare, perché la priorità non sono gli assoli.

Lo scorso anno gli Opeth hanno celebrato i 20 anni dall’uscita del primo album, contrassegnati da una continua evoluzione stilistica che non ha comunque mai diminuito la qualità dei contenuti artistici: come ci si sente ad essere parte di una delle band metal più famose in assoluto per quanto riguarda l’alto livello della proposta musicale e per la capacità di rinnovarsi?

Ero un fan della band prima di unirmi a loro. L’anno prossimo per me sarà il decimo passato con gli Opeth, e suonare con questi ragazzi è un privilegio. Non ci mettiamo su un piedistallo, siamo persone normali, ci interessa solo suonare buona musica il più possibile. Ma - lo ripeto - è davvero un privilegio poter suonare con Mikael e gli altri ragazzi, oltre che essere stimolante anche 10 anni dopo essermi unito a loro. Per il futuro penso che avremo ancora buona musica da proporre, dato che c’è una forte unione dal punto di vista musicale. Anzi, non siamo stati così uniti come adesso.

Il nuovo album in effetti dà questa impressione, come dimostrato dalla crescita che ha caratterizzato i tre album della svolta progressive…

Sì, pare che Sorceress sia, fra gli ultimi tre, l’album che piace di più ai nostri vecchi fans. Il mio preferito invece è Heritage: penso sia uno di quegli album che «cresce» nel tempo. È difficile da spiegare. L’ho ascoltato recentemente dopo anni ed è un’esperienza diversa, ci sono molte cose che mi fanno dire «Wow!», che riescono a dare una sensazione differente a ogni ascolto. C’è anche un sacco di folk svedese in quell’album, come in Folklore, ma il bello degli Opeth è proprio questo: non sai mai cosa ti riserva il futuro, e in un certo senso abbiamo messo alla prova il nostro pubblico. Alcuni erano arrabbiati perché non c’era nessun «roar» (Fredrik si esibisce in una specie di growl, ndr), ma non devono preoccuparsi, li avranno comunque ai nostri concerti. Al proposito Mikael non ha mai detto: «No, mai più», quindi il prossimo album, per quanto ne so, potrebbe anche essere qualcosa di veramente estremo, in contrasto con quello che abbiamo fatto ultimamente. Chi lo sa? (ride, ndr).

Con una proposta come la vostra, quali differenze trovate tra il suonare in un grande festival - come ad esempio Wacken - e l’esibirvi in un club come l’Alcatraz?

Oggi lo spettacolo sarà sicuramente migliore rispetto che in un festival. Stasera è il «nostro» show, abbiamo una scaletta più lunga, abbiamo la nostra produzione con luci e tutto il resto, possiamo fare un soundcheck come si deve e sappiamo che qui le cose fileranno lisce come l’olio: questi sono i motivi per cui mi piacciono questi concerti, quando sei al top e puoi avere il controllo su tutto. Ovviamente suonare ai festival è divertente, perché c'è più gente, puoi attirare nuovi fans e nella condizione di allestirere show più imponenti. Ma è bello tornare a suonare in Italia, all'Alcatraz: abbiamo già suonato qui in passato e ci siamo trovati molto bene.

In effetti siete molto popolari nel nostro Paese, una delle poche band nate dopo gli anni '80 in grado di occupare posizioni di rilievo anche nel bill di eventi come il nostrano Gods Of Metal, nella cui edizione del 2012 vi siete esibiti subito prima dei Black Sabbath (anche se il concerto poi finì con l’essere quello di Ozzy & Friends, ma questa è un'altra storia). È l'Italia a esservi particolarmente fedele o è una mia impressione?

Andiamo forte anche a Stoccolma, lì suoniamo anche davanti a 2mila persone; idem per quanto riguarda ad esempio Oslo, in Norvegia, e Copenaghen, in Danimarca, dove abbiamo avuto un deciso aumento di popolarità. Ma l’Italia è sempre stata una roccaforte per noi. Poi vedremo stasera quanta gente effettivamente ci sarà ad ascoltarci, magari saranno quattro gatti… (ride, ndr). Prima ho anche incontrato alcuni fans fuori dal locale e firmato qualche autografo: queste sono differenze culturali, perché non siamo abituati ad avere decine persone ad attenderci fuori dal tour bus. È qualcosa che ci capita solo in Italia.

Pensavo accadesse un po’ in tutto il mondo. Non vi capita, per esempio, in Svezia?

Non così, non ci sono così tante persone ad attenderci. Questa è forse la differenza principale che notiamo qui in Italia. È anche per questo che è bello tornarci!

Quando un musicista decide di cambiare qualcosa nella sua proposta, inevitabilmente nascono critiche riassumibili nella stereotipata frase che recita: «Dopo il secondo album sono diventati commerciali». Ma se è un dato di fatto che gli Opeth non abbiano mai proposto per due volte le stesse soluzioni compositive, è innegabile che la svolta compiuta cinque anni fa sia stata ben più che drastica, seminando un legittimo sconcerto fra pubblico e addetti ai lavori, ancora oggi divisi fra chi apprezza questa scelta e chi la rifiuta senza appello. Dubito però che Mikael Åkerfeldt e soci siano diventati una congrega di incoscienti o di provocatori. Anzi, a ben vedere l’approdo al prog rock non è così sorprendente analizzando i precedenti lavori, perché se risulta evidente come le sonorità siano cambiate, è altrettanto evidente come l’approccio di base sia rimasto immutato, mantenendo ben vivo quello spirito di ricerca, di evoluzione, di sperimentazione che non è mai venuto meno nei 20 anni di carriera del gruppo svedese, sempre animato da quel sacro fuoco che solo pochi artisti riescono a mantenere vivo per lungo tempo. Anzi, gli Opeth sono riusciti a rinnovare questo fuoco ravvivando una brace che covava sotto quattro decenni di cenere e dando nuova forza alla primordiale fiamma di un suono che non ha comunque mai smesso di ardere, riportando all’attualità quell'ossimoro musicale che i più attenti avevano colto anche ai primordi di un genere legato al passato ma proiettato nel futuro: si chiama progressive rock.

E gli Opeth lo suonano benissimo.

Luca Morzenti
Nato e cresciuto a Milano quando ancora c’erano i telefoni a gettone, ma residente da tempo in provincia di Brescia, ha esplorato l’universo musicale in ogni suo remoto angolo, dapprima come spettatore e successivamente come musicista, fonico, tecnico luci, promoter e road manager, fino all’attuale ruolo di giornalista/reporter. Collabora con riviste locali e nazionali scrivendo - oltre che di musica - di sport, letteratura, tecnologia e attualità. Quando non scrive, legge (almeno due libri a settimana), si diletta come correttore di bozze di libri non sempre entusiasmanti, scrive testi per musicisti di (in)dubbio valore e guarda qualsiasi partita di hockey su ghiaccio riesca a trovare in tv o sul web.